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Un passo per correggere le disuguaglianze che  mortificano i giovani

Fabrizio Onida  (Il Sole24Ore,12 giugno 20219)

La battuta di Mario Draghi  (“adesso è il momento di dare, non di prendere”) sulla proposta di Enrico Letta di tassare un po’ di eredità per offrire una piccola dote finanziaria a  chi ogni anno diventa maggiorenne e appartiene a famiglie non abbienti riflette lo stile garbato e conciso del premier, ma non deve distrarre dal valutare il merito dell’argomento e soprattutto dal cercare una formulazione al riparo dalle critiche che circa due anni fa hanno mandato in soffitta i famosi 80 euro ai giovani.

Non basta ricordare che l’aliquota del 4% con cui l‘Italia oggi colpisce  eredità e donazioni superiori ai 5 milioni di euro è tra le più basse in Europa, dove si va dal 30% della Germania al 34% della Spagna, al 40% del Regno Unito, al 45% della Francia. Nel 2018 Il gettito dell’imposta sulle successioni è stato in Italia di 820 milioni (0,05% del Pil), contro 14.3 miliardi in Francia (0,61% Pil, 13 volte l’Italia), 6,8 miliardi in Germania, 5,9 miliardi nel Regno Unito, 2,7 miliardi in Spagna. Si aggiunga che soltanto 12 su 36 paesi OCSE non prevedono alcuna imposta di successione.     

Il principale merito della proposta sta nell’offrire ogni anno ai neo-maggiorenni un piccolo ma non trascurabile incentivo a considerare alla propria portata una certa gamma di spese straordinarie, interessanti per la propria crescita ma scarsamente compatibili con le ristrettezze del bilancio familiare. L’esortazione spesso rivolta ai giovani, di investire nel proprio capitale umano per puntare a un futuro migliore, avrebbe così una maggiore credibilità. Le numerose famiglie che si vedono ogni anno costrette a sacrificare opportunità di accesso dei propri figli a esperienze utili per integrare la scuola, incluse vacanze di svago culturale ed esperienze di viaggio, potrebbero trovare in questa piccola dote la necessaria integrazione finanziaria per venire incontro a legittimi piccoli o grandi progetti che si aprono con la maggiore età.

L’implementazione pratica della proposta, presumibilmente tramite carte  di debito spendibili entro certi limiti temporali sul territorio nazionale estendibili se necessario all’estero, presenta problemi non banali ma non insormontabili, a cominciare dall’inevitabile identificazione di grandi categorie  di manufatti e servizi riconducibili a tali attività lato sensu utili per lo sviluppo mentale e fisico del neo-maggiorenne, escludendo pertanto acquisti di mero bisogno fisiologico o svago (cibo, bevande, vestiario, intrattenimento, ecc.).

A titolo esemplificativo, tale elenco dovrebbe includere un’ampia fascia di spese come le seguenti:  istruzione post scuola dell’obbligo, formazione professionale, corsi integrativi di specializzazione, corsi d lingue, viaggi per la conoscenza dell’Europa (es. Interrail) e del mondo, viaggi e connesse spese di vitto-alloggio per la frequenza a programmi educativi, acquisto di libri e periodici cartacei o elettronici, attività sportive incluse spese per attrezzature-corsi-allenamenti, strumenti musicali e quant’altro. Non si tratta dunque, come qualcuno ha insinuato, di “dare mancette a  tutti”. La dote una tantum non sostituirebbe certamente il diritto allo studio e il welfare studentesco.

Secondo stime del PD, la dote di 10.000 euro potrebbe arrivare ogni anno a circa 280.000 ragazze e ragazzi, cioè il 50 per cento dei maggiorenni ammissibili in base  all’Isee familiare, con un costo per lo Stato di 2,8 miliardi annui. Una somma agevolmente  finanziabile con una lieve revisione  in senso progressivo delle aliquote sull’imposta su successioni e donazioni, mantenendo la franchigia di 1 milione di euro e  portando al 20 per cento l’aliquota massima di tassazione  per eredità e donazioni tra  genitori e figli superiori a 5 milioni  di euro. Verrebbe colpita una platea di circa l’1 per cento degli italiani.

Assieme ad altre misure che incidono sul welfare delle giovani generazioni, una simile proposta rappresenterebbe un piccolissimo passo per correggere le enormi storiche e purtroppo crescenti “diseguaglianze dei punti di partenza” che offendono la sete di giustizia e soprattutto mortificano le potenzialità di sviluppo del Paese.