Le disuguaglianze non favoriscono l’economia

Negli ultimi 80 anni segnati da eventi storici epocali (lancio della Ue, emergere dell’Opec e dei monopoli di petrolio e gas, crollo dell’Urss, terrorismo internazionale, ingresso della Cina nella Wto, guerra Russia-Ukraina, fino all’esplodere nei nostri giorni della guerra in Medio Oriente) a fasi alterne gli economisti si sono chiesti in quale misura il rallentamento di crescita dell’economia mondiale dal periodo dei “Trenta gloriosi (1950-1980) ai decenni recenti a cavallo del 21esimo secolo, sia riconducibile all’allargarsi delle disuguaglianze fra gli standard di vita degli abitanti in cima e al fondo alla classifica della distribuzione del reddito e della ricchezza. Una pietra miliare è ancora oggi la cosiddetta “curva di Kuznets” con cui l’allora presidente della American Economic Association (futuro premio Nobel del 1971) illustrava l’evoluzione storica da una prima fase di industrializzazione e diffusione tecnologica, caratterizzata da crescenti disuguaglianze nel tessuto sociale, alle fasi successive in cui si ridimensiona la presenza delle fasce di popolazione in povertà e si affermano modelli di sviluppo tendenzialmente più egualitari.

 L’arco di tempo dei “Trenta gloriosi”  ha visto (non solo in Europa)  il rafforzarsi di politiche economiche notevolmente redistributive, per cui il gettito fiscale ispirato ad una crescente progressività delle imposte è mediamente salito da meno del 10 percento negli anni ‘50 a più del 40 percento del Pil all’inizio degli anni ’90. Ma poco dopo i governi di Reagan (Usa) e Thatcher (Regno Unito) hanno segnato un netta inversione di tendenza, con la conseguente ripresa delle disuguaglianze all’interno di molti paesi. Nell’ultimo quarto di secolo la progressività nei regimi fiscali, dopo avere abbandonato alcuni eccessi iniziali negli Usa, si è mediamente allentata.

Un numero crescente di  studi econometrici dagli anni ’90 (Alesina, Rodrik, Tabellini, Persson e altri) su serie storiche e dati cross-sezionali di ampi campioni di paesi a regime sia liberale che socialista è giunto alla conclusione che (a parità di altre condizioni) maggiori disuguaglianze sociali all’interno del paese  non fanno bene alla crescita del prodotto e della produttività per ora lavorata.

Chiediamoci allora: perché la crescita di un paese può essere rallentata dall’aumento delle disuguaglianze sociali al suo interno? Tagliamo il tema con l’accetta.

Primo, come ampiamente documentato dal francese Thomas Piketty nel suo  “Capital in the XXI century (2014, tr.it. Bompiani 2016), i redditi da capitale (come interessi-dividendi, rendite ) crescono nel tempo a tassi tendenzialmente superiori rispetto ai redditi da lavoro, anche perché si autoalimentano tramite i diritti successori tra generazioni, che sono mediamente solo debolmente tassati in tutti i paesi, se non del tutto esenti.

Secondo, nella misura in cui i percettori di redditi da lavoro sono maggiormente esposti all’insicurezza del proprio posto di lavoro in presenza di fasi cicliche sfavorevoli, cresce la frustrazione da disoccupazione o da “lavoro povero” e vengono meno gli incentivi per chi sta nella parte bassa della classifica a  investire nel proprio capitale umano.

Terzo, il declino demografico di molti paesi, Italia inclusa, accentua le distanze tra fasce di anziani in pensione, anche tenendo conto del moltiplicarsi delle spese medico-sanitarie a costi crescenti e ridotta copertura assicurativa.

Quarto, uartoQQnegli Usa Trump sta imponendo il passaggio del regime fiscale da una certa progressività ad  una sostanziale regressività come effetto dei nuovi dazi. Commentando la recente riforma battezzata da Trump come OBBA (One Big Beatiful Bill Act) presentata al Congresso e in attesa di approvazione legislativa al Senato, sul Financial Times del 18 giugno Martin Woolf segnala che per effetto dei nuovi dazi (se  verranno confermati) si produrrà una flessione del Pil statunitense, distribuita tuttavia  in modo notevolmente asimmetrico: perdite fino al 6 per cento nel decile più basso della distribuzione del reddito nazionale e via via perdite nei decili successivi, salvo un guadagno soltanto nel decile più alto dei contribuenti più abbienti: risultato che in buona misura riflette il fenomeno noto per cui le fasce alte dei redditi personali hanno una maggiore propensione al risparmio e pertanto sono meno colpite dai dazi.

Una volta ancora verrebbe smentita la dottrina conservatrice dello “sgocciolamento” (trickle down) per cui minori tasse ai ricchi generano benefici ai poveri.