Il problema italiano. (Fabrizio Onida)

Cap. 2 nel progetto Irpa-Astrid “Ricerca e innovazione” (Averardi-Natalini)   (15 pagine)

Il capitolo si propone di argomentare i seguenti punti:

  1. persistente distacco dell’Italia negli investimenti privati e pubblici in R&S (l’Italia “moderato innovatore”): dati essenziali e plausibili cause;
  2. ritardo dell’Italia nella crescita della produttività del lavoro e produttività totale dei fattori (PTF), aggravato dalla Grande Recessione post 2007 e con limitati segni di parziale recupero dopo il 2010: dati essenziali;
  3. sintesi delle cause strutturali della deludente performance della produttività (oltre il distacco sub a).

2.1. Italia “moderato innovatore” con basse spese in Ricerca e Sviluppo soprattutto nel settore privato

Come si vede nella Tav. 2 e Graf. 3, l’Italia mantiene nel tempo un forte distacco dai maggiori paesi avanzati quanto a spese private e pubbliche in R&S rapportate al PIL: intorno a 1.3%, contro una media OCSE del 2.4%, il 2,7% degli Usa, intorno al 3% di Germania e Nord Europa. In Europa e sempre in rapporto al PIL, meno dell’Italia investono in R&D solo Spagna, Grecia e alcuni paesi dell’area CEE. Nel mondo già da oltre un decennio siamo nettamente superati da Cina (oltre il 2.0%), Taiwan (Chinese Taipei) (oltre il 3%), Israele e Korea (oltre il 4%).

In termini pro capite (Tav. 2) l’Italia spende meno della metà di Francia e Germania. Sul totale degli occupati (Graf. 4 ), i ricercatori (equivalenti a tempo pieno)  pesano in Italia il 5%, contro l’8% nella media UE-28 e circa il doppio nei maggiori paesi della UE.

Il distacco dell’Italia si registra soprattutto nei bassi investimenti in R&S finanziati dal settore privato (0.6% del PIL meno della metà di Francia e Germania) mentre nella sola componente di spesa finanziata dallo Stato, che comprende la spesa universitaria, il rapporto R&S/PIL (0.5%) è meno lontano dallo 0.8 % di Francia e Germania. L’Italia non appare troppo lontana dei maggiori paesi europei quanto alla proporzione di spesa in R&S effettuata dalle imprese rispetto al totale (circa 60%), che comprende la quota di spesa finanziata da risorse pubbliche.

Il ritardo dell’Italia rispetto alla media dei paesi avanzati emerge anche su un aspetto solo indirettamente collegato al tasso di innovazione industriale (ma assai rilevante sotto il profilo macroeconomico del sistema paese), cioè la scarsa valorizzazione delle risorse umane delle classi giovanili in termini di istruzione superiore. Infatti ancora nel 2016 l’Italia è al quarto posto nella classifica della UE-28 quanto a percentuale di popolazione totale che ha raggiunto al massimo un grado di istruzione primaria o secondaria inferiore (40 contro 20 per cento), e parallelamente è all’ultimo posto insieme alla Turchia quanto alla medesima quota di popolazione con istruzione terziaria (18%, Graf. 2). Anche nella classifica OCSEsulla percentuale di popolazione adulta che presenta carenze (low performers) nelle cognizioni letterarie e numeriche l’Italia risulta in testa, precedendo solo Turchia e Cile. Non solo: la percentuale di giovani 18-24 anni che abbandonano il percorso di studi o formazione sfiora il 14 per cento, contro una media UE di poco superiore al 10 per cento e percentuali fra il 3 e il 6 per cento della maggioranza dei nuovi membri del Centro Est Europa.

Al tempo stesso l’Italia si trova nel gruppo di testa nel panorama dei paesi industrializzati in base a indici di produttività scientifica (pubblicazioni, citazioni) dei ricercatori e docenti che dalla (relativamente modesta) offerta di finanziamento pubblico traggono principale se non esclusivo alimento.[1]  Tale squilibrio fra capacità di eccellenza scientifica e diffusione dell’innovazione industriale trova diverse spiegazioni, fra cui due principali.

Innanzi tutto il peculiare “nanismo” del sistema produttivo: un sistema di industria e servizi con un peso particolarmente elevato di imprese di piccole e piccolissime dimensioni, le quali mediamente non dispongono di risorse finanziarie e organizzative atte a sostenere attività di laboratorio formale di ricerca. In Italia come altrove, la quota di fatturato delle imprese assorbita da spese in R&S cresce a crescere della dimensione media degli addetti. In Italia, considerando il totale dell’attività innovativa, al crescere della classe dimensionale le spese in R&S incidono in percentuale crescente, mentre parallelamente si riduce la percentuale di altre attività innovative, tra cui l’investimento in macchinari, design, acquisto di brevetti e know- how (vedi più avanti). Gli investimenti in macchinari e altre tecnologie materiali sono la modalità prevalente di attività innovativa in settori relativamente maturi o a elevate economie di scala (Istat 2016).

Una seconda, anche se meno potente, spiegazione deriva da un modello di specializzazione produttiva che vede una quota relativamente elevata (rispetto alla media dei paesi avanzati) di settori manifatturieri e di servizi ovunque tipicamente caratterizzati da una modesta incidenza delle spese di ricerca di laboratorio sul fatturato e sul valore aggiunto: settori tradizionali di consumo come alimentare, tessile, abbigliamento, pelli e calzature, arredo, oltre a ceramica e prodotti per la casa e l’edilizia, metallurgia, macchine e componentistica meccanica tradizionale, servizi di trasporto su strada, ristorazione, alberghi e turismo. [2] Lo confermano alcuni esercizi di simulazione statistica in cui, applicando la propensione effettiva alla R&S delle imprese italiane ad una immaginaria composizione percentuale dei settori e delle classi dimensionali d’impresa uguale a quella di altri paesi come Germania-Francia-Regno Unito-Usa-Giappone, si riduce sensibilmente la distanza dell’Italia da questi paesi. Va tuttavia subito aggiunto che in questi esercizi di simulazione la distanza dell’Italia dai paesi di testa si riduce ma rimane notevole, rivelando dunque che la minore intensità di R&S italiana dipende in misura non piccola da altri fattori, fattori collegabili sia a caratteristiche dominanti delle imprese, sia a fattori esterni all’impresa.

 Tra i primi, non solo il citato “nanismo dimensionale”, ma anche, a parità di dimensione aziendale,  una minore propensione delle imprese italiane a scommettere sulla ricerca come fattore di competitività. Tutto ciò contribuisce – con i fattori esterni di seguito menzionati – alla minore capacità del sistema-paese di trasferire i risultati della ricerca scientifica alle decisioni di investimento e sviluppo delle imprese. (Bugamelli et al. (2012), pp. 12-14).

Tra i fattori esterni alle imprese giocano un ruolo rilevante: a) un sistema di istruzione superiore e di premialità per cui docenti e ricercatori sono meno incentivati a “sporcarsi le mani” in collaborazione con le imprese; b) carenza di infrastrutture pubbliche e corpi intermedi specificamente dedicati a promuovere il trasferimento di conoscenze scientifiche alle realtà produttive che operano sul  mercato, con dotazione di risorse umane e finanziarie ben maggiori dei numerosi parchi scientifici e incubatori di business promossi da  quasi tutte le regioni e vari enti territoriali. Nel modello anglosassone assai diffuso nell’Europa continentale (in Germania in particolare con la Fraunhofer Gesellschaft), queste istituzioni-ponte non svolgono mai funzioni di puro trasferimento finanziario, perché operano tramite contratti di collaborazione di ricerca in ampia parte finanziati dagli stessi partners privati.

La spiccata propensione media delle imprese italiane, in particolare le PMI, a un’innovazione di prodotto non strettamente legata ad attività formali di R&S di laboratorio non deve farci trascurare un altro angolo di osservazione. L’Italia è invidiata dagli  altri paesi, oltre che per prodotti alimentari e vini di qualità,  per: a) l’eccellenza manifatturiera nei prodotti per la persona e la casa (moda, arredo,  pelletteria, calzature, oreficeria-gioielleria, ceramica, illuminotecnica …) che devono la loro attrattività per i consumatori di tutto il mondo a caratteristiche di creatività-design-stile-bellezza; b) una radicata vocazione da artigianato metallurgico-meccanico con elevata flessibilità-adattabilità- alle esigenze differenziate degli utilizzatori (customization); c) il fenomeno dei distretti industriali come organizzazione spontanea di PMI fortemente integrate tra loro (network sostitutivo delle economie classiche di scala)

In base alla periodica Community Innovation Survey della UE, che rileva non tanto l’input di ricerca quanto la percentuale di nuovi prodotti e nuovi processi introdotti dall’impresa, l’Italia viene classificata tra i paesi “moderati innovatori”, al di sotto dei paesi europei più avanzati ma davanti alla Spagna ed ai paesi dell’Europa Centro-Orientale (Graf. 1).[3] Nella classifica più recente dei 29 paesi europei quanto a peso di imprese innovative sul totale l’Italia è 13ma, col 54% delle imprese innovative contro la media europea del 51%.

2.2 Italia in ritardo nella produttività

La crescita della produttività (valore  aggiunto per addetto o per ora lavorata) è per definizione il motore principale della crescita del PIL per abitante, che a sua volta dipende dalla qualità del fattore lavoro (capitale umano), dalla quantità e qualità del fattore capitale (materiale come impianti e attrezzature, immateriale come tecnologia e software), dalle capacità organizzativo-imprenditoriali che consentono le migliori combinazioni di lavoro e capitale (principale determinante della PTF-Produttività totale dei fattori), e infine dalle condizioni esterne all’impresa (fattori storici e istituzionali che regolano il mercato e il ruolo del governo).

L’insoddisfacente performance della produttività italiana dalla metà degli anni ’90 è la principale determinante del ritardo nella crescita del PIL Come si vede nella Tav. 1, nel ventennio 1995-2016 la crescita media annua della produttività per ora lavorata a prezzi costanti è stata per l’Italia dello 0.3% contro Francia 1.2%, Germania 1.2%, Spagna 0.7%. E nello stesso ventennio la TFP (Produttività totale dei fattori) in Italia è calata dello 0.1% mentre è salita dello 0,5% in Francia e Germania e dello 0.2% in Spagna.

Prima di soffermarci sulle determinanti di tale insoddisfacente performance dell’Italia va notata una significativa differenza tra macro-settori che emerge dall’inizio degli anni 2000: dal 2003 la produttività nei servizi resta stagnante, mentre nell’industria manifatturiera il confronto con gli altri maggiori paesi europei diventa meno sfavorevole (Graf. 7). E dal 2010 al 2016 la crescita della produttività nel manifatturiero è stata perfino superiore a quella registrata in Francia e Germania.[4]

Un’altra importante evidenza empirica emerge a proposito della grande eterogeneità delle imprese: in tutte le classi dimensionali la performance della produttività differisce più tra imprese dello stesso settore che non tra settori diversi. In tutti i settori vi è un gruppo di imprese, tendenzialmente medie e medio-grandi, che appaiono molto vicine alle migliori imprese degli altri paesi in termini di produttività (efficienza), innovatività e propensione all’export. Purtroppo nel confronto internazionale queste imprese presentano una dimensione inferiore e un minor peso sul valore aggiunto industriale.

2.3 Cause del ritardo dell’Italia nella crescita della produttività

Sulle diverse determinanti della inferiore performance di produttività delle imprese italiane vi è ormai una ricca evidenza empirica. Oltre al periodico Rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi (Istat 2019), un folto gruppo di ricercatori del Servizio Studi della Banca d’Italia ha pubblicato all’inizio del 2018 una esaustiva analisi su questo tema (Bugamelli et al, 2018).

  1. La questione dimensionale si conferma al centro del problema, data l’anomala distribuzione del sistema produttivo italiano in termini di classi dimensionali (il citato “nanismo” che contraddice la famosa visione del “piccolo è bello”). Passando dalle micro e piccole imprese a quelle di maggiore dimensione si registra sistematicamente maggiore produttività del lavoro (valore aggiunto per addetto) (Graf. 8), che si accompagna a maggiori investimenti fissi e investimenti in ICT per addetto, maggior retribuzione per addetto (riflesso di una maggiore quota di lavoratori a media-alta qualifica), maggiore quota di fatturato spesa in R&S, maggior propensione all’export, maggior numero di mercati di esportazione, maggiore capacità di intraprendere investimenti diretti come radicamento sui mercati esteri.

A sua volta il persistente nanismo ha radici antiche e profonde. Anche le imprese medio-grandi e meglio performanti italiane, a confronto con le corrispondenti imprese europee di successo, presentano una dimensione di addetti e fatturato inferiore.

  • Anche su questo tema le possibili spiegazioni di questa anomalia rimandano a fattori sia interne alle imprese, sia esterne. Tra i fattori interni alle imprese, innanzi tutto viene il modello di governance dell’impresa familiare che diffida della quotazione in borsa e della perdita del controllo ogniqualvolta si apre una prospettiva di allargamento del capitale aziendale tramite M&A: l’obiettivo della salvaguardia e crescita del capitale privato familiare prevale su quello di far crescere il perimetro dell’azienda. Ne deriva anche una minor pressione all’internazionalizzazione su vasta scala, soprattutto in termini di investimenti diretti, che comportano qualche allungamento della catena di controllo gestionale e occasionalmente una minore disponibilità ad alleanze e fusioni con soggetti locali. A ciò concorre la vera anomalia dell’impresa familiare italiana: a confronto con larga parte delle imprese a capitale familiare negli altri paesi avanzati, in Italia è nettamente superiore la percentuale di imprese dove il controllo gestionale è “family managed”, cioè affidato a membri della famiglia anzi che condiviso con soggetti manageriali esterni alla famiglia i quali sono interessati alla crescita dei volumi e dei valori economici aziendali da cui dipende in buona misura il loro guadagno atteso (Graf. 5).

Beninteso, non mancano esempi di gruppi a controllo familiare con ampia partecipazione di membri della famiglia alla gestione che valorizzano una gestione manageriale e così facendo realizzano importanti processi di crescita e di internazionalizzazione (Mapei e Ferrero per fare degli esempi). Ma sono pur sempre casi limitati nell’insieme. Non è casuale che, come si è visto negli anni recenti, il controllo di un numero crescente di imprese familiari (molto bene performanti e di limitate dimensioni) sia passato a medio-grandi gruppi internazionali che – non essendo condizionati dall’accumulazione del capitale privato delle famiglie controllanti –   hanno proiettato la storia dell’azienda italiana in una prospettiva di crescita mondiale.

  • Tra le spiegazioni del tendenziale nanismo esterne alla cultura aziendale gioca un ruolo rilevante la mancanza o quasi totale assenza di una fiscalità esplicitamente favorevole al reinvestimento degli utili anzi che alla loro distribuzione agli azionisti[5]. A ciò si aggiunge la struttura finanziaria ancora decisamente “bancocentrica” che non incoraggia l’intervento di intermediari finanziari non bancari (private equity, club deal, venture capital ecc.) più orientati ad accelerare la crescita dimensionale anche favorendo la diluizione del capitale di controllo e l’allargamento del management.
  • L’avanzamento tecnologico e organizzativo del sistema produttivo trova fondamentale alimento nell’intensità e qualità degli investimenti pubblici e privati nel “capitale umano” (Visco 2009, Visco 2015). A  loro volta questi investimenti generano efficienza e dinamismo delle imprese in funzione del sistema di formazione scolastica e professionale ai vari livelli. L’Italia ha accumulato un fortissimo ritardo nella diffusione dell’educazione terziaria (Graf. 2)  e ha perso molti colpi dai primi decenni del secondo dopoguerra quanto a risorse investite nell’istruzione professionale (Istituti tecnici secondari e di formazione superiore).
  • Un’altra fondamentale determinante della produttività ha a che fare con la “demografia” delle imprese (Graf. 9), cioè dalla maggiore o minore velocità con cui all’interno di ogni settore e di ogni territorio le imprese meno efficienti escono dal mercato e vengono rimpiazzate da imprese più efficienti già esistenti o nuove entranti (efficienza allocativa). Come già notato alla fine del par. 2.2 precedente, l’interpretazione del dato macroeconomico e macrosettoriale sulla produttività non può prescindere dalla grande eterogeneità tra le imprese componenti i medesimi settori, le medesime classi dimensionali e i medesimi territori. A parità di caratteristiche performanti delle singole imprese, la performance di interi settori migliora quanto più alta è la mera efficienza allocativa.
  • Ciò chiama in causa il quadro istituzionale su temi assai diversi ma accomunati dal continuo susseguirsi di promesse elettorali non mantenute e confusi disegni di riforma: normative sul mercato del lavoro che non riescono a conciliare le dovute garanzie ai diritti del lavoratore con la flessibilità richiesta dalle trasformazioni tecnologiche, cultura sindacale in cui l’ideologia fa premio sul pragmatismo, efficienza della giustizia civile da cui l’anomala durata dei processi civili in genere, legislazione fallimentare snella e mirata al rilancio e riqualificazione delle risorse temporaneamente congelate,   opacità e volatilità delle norme regolatorie, burocrazia che antepone il formalismo procedurale al raggiungimento dei risultati, sistema di ammortizzatori sociali che favoriscono o scoraggiano la mobilità tra imprese, corruzione capillarmente diffusa.
  • Il lento mutare del modello di specializzazione settoriale del paese non sembra aggiungere una spiegazione strutturale al ritardo nella crescita comparata della produttività. Secondo OCSE( 2017), negli anni 2000 “il basso livello di produttività è soprattutto da ascriversi a una fiacca crescita della produttività intra-settoriale piuttosto che ad una transizione verso settori caratterizzati da una debole crescita della produttività”.
  • Vi è poi, aggravato dal pesante calo degli investimenti durante la Grande Recessione, un significativo ritardo dell’industria e dei servizi nel volume e nella qualità degli investimenti fissi e immateriali.      Già prima della crisi, nel 1995-2006 Germania e Francia hanno investito di più nei settori manifatturieri a maggiore dinamismo tecnologico caratterizzati da più rapida crescita della PTF, mentre in Italia è avvenuto l’opposto (Hassan-Ottaviano 2013).

Nello stesso periodo l’Italia ha investito nettamente meno di Germania e Francia in attività materiali e immateriali legate alle ICT (Hassan-Ottaviano 2013, Fig. 5), mentre è noto da molti studi sull’economia USA che la “intensità di ICT” (hardware, software, capitale umano) è positivamente associata alla crescita della produttività. Uno di questi studi (Bloom-Sadun-Van Reenen 2012)[6] osserva la netta superiorità delle affiliate di imprese multinazionali americane rispetto alle imprese locali in termini di maggiore intensità d’uso di tecnologie e procedure ICT.

Diversi studi, anche su dati italiani, dimostrano l’importanza del “capitale digitale” come fattore promotore di efficienza e di innovazione delle imprese.[7] Non a caso la centralità delle ICT, o meglio la transizione dalla “terza rivoluzione industriale” (informatica, telecomunicazioni, computers) all’attuale o “quarta rivoluzione industriale” (digitalizzazione, interconnessione, intelligenza artificiale, internet delle cose, realtà aumentata ecc.), è una delle colonne portanti delle recenti politiche industriali dei governi europei, a cui  l’Italia stenta ad agganciarsi con la tormentata Agenda Industria 4.0. [8]

A proposito di competitività misurata dal costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, cioè dinamica salariale rapportata alla produttività del lavoro), va notata una recente inversione di tendenza. Mentre dal 2000 a metà 2012 la crescita cumulata del CLUP manifatturiero è stata del 40 per cento, contro una media del 25 per cento nell’Eurozona, dal 2012 in poi la crescita della produttività ha continuato ad essere modestissima o vicina a zero, ma si è accompagnata ad una notevole moderazione salariale. Come risultato, nel triennio 2014-2016 il CLUP italiano sul totale dell’economia è cresciuto tra lo 0,5 e l’1,1 per cento all’anno[9], meno della media dell’Eurozona (2,5 percento) e nettamente meno che in Germania (6,5 per cento). Questo recupero di competitività-costo ha certo contribuito alla migliore performance delle esportazioni italiane negli ultimi anni.

Spesso ci si chiede quanto l’Italia sia sfavorita da una specializzazione internazionale in settori a crescita relativamente lenta della domanda mondiale, cioè se la composizione merceologica delle esportazioni italiane penalizzi nel medio-lungo periodo le quote di mercato dell’Italia. Certamente la debole presenza dell’Italia come produttore ed esportatore nei settori delle alte tecnologie (settori per definizione a crescita di mercato più rapida) non favorisce le quote export dell’Italia.  Tuttavia diversi esercizi statistici di “constant market share” come quelli sopra ricordati portano a concludere che, almeno negli ultimi anni, la specializzazione settoriale, definita anche a livelli abbastanza disaggregati, non sembra aver giocato in modo significativo né a vantaggio né a svantaggio del paese.

2.4 Sintesi e Conclusioni

Da molti anni l’Italia è classificata tra i paesi dotati di elevata produttività scientifica ma mediocre produttività macroeconomica, che si accompagna a bassi investimenti (pubblici ma soprattutto privati) in attività formali di Ricerca e Sviluppo e tuttavia una notevole propensione delle imprese manifatturiere ad attività innovative in senso lato, come miglioramenti nell’ efficienza dei processi, veloci innovazioni incrementali nella qualità e nella tecnologia incorporata nei prodotti, esplorazione di nuovi mercati di esportazione. Questo disaccoppiamento fra eccellenza scientifica e competitività tecnologica e organizzativa sui mercati discende da fattori sia interni che esterni alle imprese,

Tra i fattori interni si annovera lo storico “nanismo” dimensionale delle imprese (in particolare la proporzione di imprese con meno di 50 addetti sul totale, proporzione quasi doppia rispetto alla media dei paesi avanzati), così come l’alta incidenza di imprese familiari con governance strettamente familiare anzi che manageriale: entrambe le circostanze contribuiscono alla minore propensione delle imprese a scommettere sulla ricerca come fattore di competitività. Si aggiunga la debole propensione delle piccole imprese a investire nella formazione del proprio capitale umano. Tra i fattori esterni giocano un ruolo importante la popolazione con grado relativamente basso di istruzione terziaria e la persistente carenza di istituzioni pubbliche preposte a favorire il trasferimento delle conoscenze tecnologiche dalla ricerca accademica alle decisioni di investimento e innovazione applicata delle imprese che operano sul mercato.[10]

Il ritardo dell’Italia nella crescita della produttività del lavoro e nella produttività totale dei fattori, registrato da più di due decenni anche se con deboli segnali di recupero dopo la crisi del 2007-2008, trova nuovamente spiegazioni sia nei citati fattori interni al tessuto imprenditoriale (vocazione al nanismo dimensionale e scarsa gestione manageriale che rallentano i processi di crescita esterna alla ricerca di maggiori economie di scala e di scopo), sia nel contesto esterno alle singole imprese. Di tale contesto esterno fanno parte i numerosi  fattori  che incidono negativamente sull’attrattività (doing business) delle imprese più dinamiche: normativa e regolazione volatile e complessa, burocrazia lenta e inaffidabile, fiscalità pesante e ostile anche perché condizionata dall’alto tasso di evasione fiscale e contributiva, giustizia civile lenta, legislazione fallimentare che produce congelamento inefficiente di risorse, rigidità in alcune aree della cultura sindacale. A ciò si aggiunge sempre più il ritardo nell’accumulazione del “capitale digitale” che permea l’intero sistema produttivo e le istituzioni pubbliche.

Riferimenti bibliografici

      Bloom N., R. Sadun and J. Van Reenen (2012), The organization of firms across countries, The Quarterly Journal of Economics, vol. 127(4), pp. 1663-1705.

        Brynjolfsson, E., McAfee, A. (2014), The second machine age: work, progress, and prosperity in a time of brilliant technologies, New York, W.W.Norton &Company.

Bugamelli M.,L.Cannari, F.Lotti and S.Magri, (2012) The innovation gap of Italy’s production system: roots and possible solutions, Questioni di Economia e Finanza (Occasional papers), Banca d’Italia, n. 121.

Bugamelli M, Lotti F. et al. (2018) Productivity growth in Italy: a tale of a slow-motion change, Quaderni di Economia e Finanza (Occasional Papers), Banca d’Italia,. N. 422.

Bugamelli M ,Pagano, P. (2003), Capitale digitale, capitale umano, capitale organizzativo: complementi inscindibili nella ricerca dell’efficienza, in Rossi S. ,a cura di (2003).

De Nardis S. (2019), Dissecting Italian manufacturing: sector, dimension and resource allocation in the last ten years, WPO 6/2019, LUISS, Roma.

Eurostat, Community Innovation Survey, vari anni, Bruxelles.

Fabiani F., Schivardi F., Trento S., (2003), Quale impresa italiana investe in tecnologie digitali?, in Rossi a cura di (2003), pp. 125-150.

      Hassan, F., Ottaviano, G.I.P. (2013). “Productivity in Italy: the Great Unlearning”, VoxEu 14    December 2013.

      Istat (2017), Rapporto annuale 2017. La situazione del paese, Roma.

Istat (2019) , Rapporto sulla competitività dei settori produttivi, Roma.

MIUR-Ministero Istruzione Università e Ricerca (2015), Programma Nazionale per la Ricerca 2015-2020, Roma.

OCSE (2017), Rapporto economico Italia, Paris.

OECD (2019), Main Science and Technology Indicators, February 2019, Paris.

Pavitt K. (1084), Sectoral patterns of technical change. Towards a taxonomy and a theory, “Research Policy”, 13, 1984.

Rossi, S., a cura di (2003), La nuova economia. I fatti dietro il mito, Il Mulino, Bologna.

Visco I. (2015), Perché i tempi stanno cambiando, II Mulino, Bologna.

Visco I. (2009), Investire in conoscenza. Per la crescita economica, Il Mulino, Bologna.


[1] Come ricorda il PNR (Programma Nazionale di Ricerca) 2015-2020 del Miur (2015, p, 9), l’Italia è al terzo posto al mondo (a ruota con UK e Canada) quanto a numero di pubblicazioni scientifiche per unità di spesa lorda in Ricerca e Innovazione, occupa l’ottavo posto come numero assoluto di pubblicazioni. La qualità delle pubblicazioni, misurata dal numero di citazioni dai lavori scientifici, è nella media europea e superiore alla media in alcuni ambiti come Ingegneria e Medicina.

[2] Come notato più avanti, le imprese più competitive in questi settori manifatturieri “tradizionali” o “supplier dominated” nella terminologia d Pavitt (1984) investono poco nella ricerca formale di laboratorio, ma svolgono molta attività innovativa nei processi e nei prodotti. Da un lato esse importano innovazione tecnologica dai propri fornitori (suppliers) di macchinario, materiale e componenti.

[3] Vedi anche MIUR (2015, p. 11). L’Italia è forte esportatore di cervelli (laureati e dottori che fanno ricerca all’estero) mentre riesce ad attrarre solo il 2 per cento degli studenti stranieri che decidono di studiare all’estero (ibidem p. 15)

[4] De Nardis (2019)

[5] Si veda la recente triste vicenda dell’ACE, che mirava proprio a stimolare il capitale di rischio ed è stata sostituita da qualche sconto sulle aliquote IRES. Sotto la spinta  del rilancio post-Covid19 il governo sta ripensando allo strumento dell’ACE ricalibrando i parametri fiscali di riferimento.

[6] Lo studio utilizza dati panel provenienti dalla banca UK Establishment Panel, dal Panel Harte-Hanks su 160.000 stabilimenti europei di imprese con più di 100 addetti e dalla CEP Management Survey 2006 di Londra sul sottoinsieme di 1633 imprese localizzate in sette paesi europei. Quest’ultima banca di microdati utilizza una squadra di 51 intervistatori che assegnano ad ogni impresa intervistata un punteggio su scala 1-5 su 18 campi di pratiche manageriali come assunzioni, valutazioni, premi, penalizzazioni, formazione e innalzamento delle qualifiche.  Viene sottolineata una stretta connessione tra l’impiego di strumenti ICT e il grado di flessibilità-mobilità interna della manodopera.

[7] Si veda Fabiani-Schivardi-Trento (2003) e Bugamelli-Pagano (2003).

[8] Come argomentano Brynjolfsson a McAfee (2014), nessuno dispone della sfera di cristallo per prevedere la crescita della PTF nei prossimi decenni, ma non dobbiamo sottovalutare il potere dirompente delle innovazioni degli anni recenti, come l’interconnessione tra robots nella meccatronica, l’intelligenza artificiale, la “manifattura additiva” (3D Printing), la manutenzione predittiva, il quantum e cloud computing, la fotonica, i materiali avanzati e compositi.

[9] Dato da Istat (2017), p, 15.

[10] Al di là del lento avvio,  è forse ancora prematuro un giudizio su efficienza ed efficacia dello schema varato da Impresa 4.0 con l’interazione fra Digital Innovation Hubs distribuiti sul territorio e un numero ristretto di Competence Centres facenti capo alle università.

Il problema italiano. (Fabrizio Onida)

Cap. 2 nel progetto Irpa-Astrid “Ricerca e innovazione” (Averardi-Natalini)   (15 pagine)

Il capitolo si propone di argomentare i seguenti punti:

  1. persistente distacco dell’Italia negli investimenti privati e pubblici in R&S (l’Italia “moderato innovatore”): dati essenziali e plausibili cause;
  2. ritardo dell’Italia nella crescita della produttività del lavoro e produttività totale dei fattori (PTF), aggravato dalla Grande Recessione post 2007 e con limitati segni di parziale recupero dopo il 2010: dati essenziali;
  3. sintesi delle cause strutturali della deludente performance della produttività (oltre il distacco sub a).

2.1. Italia “moderato innovatore” con basse spese in Ricerca e Sviluppo soprattutto nel settore privato

Come si vede nella Tav. 2 e Graf. 3, l’Italia mantiene nel tempo un forte distacco dai maggiori paesi avanzati quanto a spese private e pubbliche in R&S rapportate al PIL: intorno a 1.3%, contro una media OCSE del 2.4%, il 2,7% degli Usa, intorno al 3% di Germania e Nord Europa. In Europa e sempre in rapporto al PIL, meno dell’Italia investono in R&D solo Spagna, Grecia e alcuni paesi dell’area CEE. Nel mondo già da oltre un decennio siamo nettamente superati da Cina (oltre il 2.0%), Taiwan (Chinese Taipei) (oltre il 3%), Israele e Korea (oltre il 4%).

In termini pro capite (Tav. 2) l’Italia spende meno della metà di Francia e Germania. Sul totale degli occupati (Graf. 4 ), i ricercatori (equivalenti a tempo pieno)  pesano in Italia il 5%, contro l’8% nella media UE-28 e circa il doppio nei maggiori paesi della UE.

Il distacco dell’Italia si registra soprattutto nei bassi investimenti in R&S finanziati dal settore privato (0.6% del PIL meno della metà di Francia e Germania) mentre nella sola componente di spesa finanziata dallo Stato, che comprende la spesa universitaria, il rapporto R&S/PIL (0.5%) è meno lontano dallo 0.8 % di Francia e Germania. L’Italia non appare troppo lontana dei maggiori paesi europei quanto alla proporzione di spesa in R&S effettuata dalle imprese rispetto al totale (circa 60%), che comprende la quota di spesa finanziata da risorse pubbliche.

Il ritardo dell’Italia rispetto alla media dei paesi avanzati emerge anche su un aspetto solo indirettamente collegato al tasso di innovazione industriale (ma assai rilevante sotto il profilo macroeconomico del sistema paese), cioè la scarsa valorizzazione delle risorse umane delle classi giovanili in termini di istruzione superiore. Infatti ancora nel 2016 l’Italia è al quarto posto nella classifica della UE-28 quanto a percentuale di popolazione totale che ha raggiunto al massimo un grado di istruzione primaria o secondaria inferiore (40 contro 20 per cento), e parallelamente è all’ultimo posto insieme alla Turchia quanto alla medesima quota di popolazione con istruzione terziaria (18%, Graf. 2). Anche nella classifica OCSEsulla percentuale di popolazione adulta che presenta carenze (low performers) nelle cognizioni letterarie e numeriche l’Italia risulta in testa, precedendo solo Turchia e Cile. Non solo: la percentuale di giovani 18-24 anni che abbandonano il percorso di studi o formazione sfiora il 14 per cento, contro una media UE di poco superiore al 10 per cento e percentuali fra il 3 e il 6 per cento della maggioranza dei nuovi membri del Centro Est Europa.

Al tempo stesso l’Italia si trova nel gruppo di testa nel panorama dei paesi industrializzati in base a indici di produttività scientifica (pubblicazioni, citazioni) dei ricercatori e docenti che dalla (relativamente modesta) offerta di finanziamento pubblico traggono principale se non esclusivo alimento.[1]  Tale squilibrio fra capacità di eccellenza scientifica e diffusione dell’innovazione industriale trova diverse spiegazioni, fra cui due principali.

Innanzi tutto il peculiare “nanismo” del sistema produttivo: un sistema di industria e servizi con un peso particolarmente elevato di imprese di piccole e piccolissime dimensioni, le quali mediamente non dispongono di risorse finanziarie e organizzative atte a sostenere attività di laboratorio formale di ricerca. In Italia come altrove, la quota di fatturato delle imprese assorbita da spese in R&S cresce a crescere della dimensione media degli addetti. In Italia, considerando il totale dell’attività innovativa, al crescere della classe dimensionale le spese in R&S incidono in percentuale crescente, mentre parallelamente si riduce la percentuale di altre attività innovative, tra cui l’investimento in macchinari, design, acquisto di brevetti e know- how (vedi più avanti). Gli investimenti in macchinari e altre tecnologie materiali sono la modalità prevalente di attività innovativa in settori relativamente maturi o a elevate economie di scala (Istat 2016).

Una seconda, anche se meno potente, spiegazione deriva da un modello di specializzazione produttiva che vede una quota relativamente elevata (rispetto alla media dei paesi avanzati) di settori manifatturieri e di servizi ovunque tipicamente caratterizzati da una modesta incidenza delle spese di ricerca di laboratorio sul fatturato e sul valore aggiunto: settori tradizionali di consumo come alimentare, tessile, abbigliamento, pelli e calzature, arredo, oltre a ceramica e prodotti per la casa e l’edilizia, metallurgia, macchine e componentistica meccanica tradizionale, servizi di trasporto su strada, ristorazione, alberghi e turismo. [2] Lo confermano alcuni esercizi di simulazione statistica in cui, applicando la propensione effettiva alla R&S delle imprese italiane ad una immaginaria composizione percentuale dei settori e delle classi dimensionali d’impresa uguale a quella di altri paesi come Germania-Francia-Regno Unito-Usa-Giappone, si riduce sensibilmente la distanza dell’Italia da questi paesi. Va tuttavia subito aggiunto che in questi esercizi di simulazione la distanza dell’Italia dai paesi di testa si riduce ma rimane notevole, rivelando dunque che la minore intensità di R&S italiana dipende in misura non piccola da altri fattori, fattori collegabili sia a caratteristiche dominanti delle imprese, sia a fattori esterni all’impresa.

 Tra i primi, non solo il citato “nanismo dimensionale”, ma anche, a parità di dimensione aziendale,  una minore propensione delle imprese italiane a scommettere sulla ricerca come fattore di competitività. Tutto ciò contribuisce – con i fattori esterni di seguito menzionati – alla minore capacità del sistema-paese di trasferire i risultati della ricerca scientifica alle decisioni di investimento e sviluppo delle imprese. (Bugamelli et al. (2012), pp. 12-14).

Tra i fattori esterni alle imprese giocano un ruolo rilevante: a) un sistema di istruzione superiore e di premialità per cui docenti e ricercatori sono meno incentivati a “sporcarsi le mani” in collaborazione con le imprese; b) carenza di infrastrutture pubbliche e corpi intermedi specificamente dedicati a promuovere il trasferimento di conoscenze scientifiche alle realtà produttive che operano sul  mercato, con dotazione di risorse umane e finanziarie ben maggiori dei numerosi parchi scientifici e incubatori di business promossi da  quasi tutte le regioni e vari enti territoriali. Nel modello anglosassone assai diffuso nell’Europa continentale (in Germania in particolare con la Fraunhofer Gesellschaft), queste istituzioni-ponte non svolgono mai funzioni di puro trasferimento finanziario, perché operano tramite contratti di collaborazione di ricerca in ampia parte finanziati dagli stessi partners privati.

La spiccata propensione media delle imprese italiane, in particolare le PMI, a un’innovazione di prodotto non strettamente legata ad attività formali di R&S di laboratorio non deve farci trascurare un altro angolo di osservazione. L’Italia è invidiata dagli  altri paesi, oltre che per prodotti alimentari e vini di qualità,  per: a) l’eccellenza manifatturiera nei prodotti per la persona e la casa (moda, arredo,  pelletteria, calzature, oreficeria-gioielleria, ceramica, illuminotecnica …) che devono la loro attrattività per i consumatori di tutto il mondo a caratteristiche di creatività-design-stile-bellezza; b) una radicata vocazione da artigianato metallurgico-meccanico con elevata flessibilità-adattabilità- alle esigenze differenziate degli utilizzatori (customization); c) il fenomeno dei distretti industriali come organizzazione spontanea di PMI fortemente integrate tra loro (network sostitutivo delle economie classiche di scala)

In base alla periodica Community Innovation Survey della UE, che rileva non tanto l’input di ricerca quanto la percentuale di nuovi prodotti e nuovi processi introdotti dall’impresa, l’Italia viene classificata tra i paesi “moderati innovatori”, al di sotto dei paesi europei più avanzati ma davanti alla Spagna ed ai paesi dell’Europa Centro-Orientale (Graf. 1).[3] Nella classifica più recente dei 29 paesi europei quanto a peso di imprese innovative sul totale l’Italia è 13ma, col 54% delle imprese innovative contro la media europea del 51%.

2.2 Italia in ritardo nella produttività

La crescita della produttività (valore  aggiunto per addetto o per ora lavorata) è per definizione il motore principale della crescita del PIL per abitante, che a sua volta dipende dalla qualità del fattore lavoro (capitale umano), dalla quantità e qualità del fattore capitale (materiale come impianti e attrezzature, immateriale come tecnologia e software), dalle capacità organizzativo-imprenditoriali che consentono le migliori combinazioni di lavoro e capitale (principale determinante della PTF-Produttività totale dei fattori), e infine dalle condizioni esterne all’impresa (fattori storici e istituzionali che regolano il mercato e il ruolo del governo).

L’insoddisfacente performance della produttività italiana dalla metà degli anni ’90 è la principale determinante del ritardo nella crescita del PIL Come si vede nella Tav. 1, nel ventennio 1995-2016 la crescita media annua della produttività per ora lavorata a prezzi costanti è stata per l’Italia dello 0.3% contro Francia 1.2%, Germania 1.2%, Spagna 0.7%. E nello stesso ventennio la TFP (Produttività totale dei fattori) in Italia è calata dello 0.1% mentre è salita dello 0,5% in Francia e Germania e dello 0.2% in Spagna.

Prima di soffermarci sulle determinanti di tale insoddisfacente performance dell’Italia va notata una significativa differenza tra macro-settori che emerge dall’inizio degli anni 2000: dal 2003 la produttività nei servizi resta stagnante, mentre nell’industria manifatturiera il confronto con gli altri maggiori paesi europei diventa meno sfavorevole (Graf. 7). E dal 2010 al 2016 la crescita della produttività nel manifatturiero è stata perfino superiore a quella registrata in Francia e Germania.[4]

Un’altra importante evidenza empirica emerge a proposito della grande eterogeneità delle imprese: in tutte le classi dimensionali la performance della produttività differisce più tra imprese dello stesso settore che non tra settori diversi. In tutti i settori vi è un gruppo di imprese, tendenzialmente medie e medio-grandi, che appaiono molto vicine alle migliori imprese degli altri paesi in termini di produttività (efficienza), innovatività e propensione all’export. Purtroppo nel confronto internazionale queste imprese presentano una dimensione inferiore e un minor peso sul valore aggiunto industriale.

2.3 Cause del ritardo dell’Italia nella crescita della produttività

Sulle diverse determinanti della inferiore performance di produttività delle imprese italiane vi è ormai una ricca evidenza empirica. Oltre al periodico Rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi (Istat 2019), un folto gruppo di ricercatori del Servizio Studi della Banca d’Italia ha pubblicato all’inizio del 2018 una esaustiva analisi su questo tema (Bugamelli et al, 2018).

  1. La questione dimensionale si conferma al centro del problema, data l’anomala distribuzione del sistema produttivo italiano in termini di classi dimensionali (il citato “nanismo” che contraddice la famosa visione del “piccolo è bello”). Passando dalle micro e piccole imprese a quelle di maggiore dimensione si registra sistematicamente maggiore produttività del lavoro (valore aggiunto per addetto) (Graf. 8), che si accompagna a maggiori investimenti fissi e investimenti in ICT per addetto, maggior retribuzione per addetto (riflesso di una maggiore quota di lavoratori a media-alta qualifica), maggiore quota di fatturato spesa in R&S, maggior propensione all’export, maggior numero di mercati di esportazione, maggiore capacità di intraprendere investimenti diretti come radicamento sui mercati esteri.

A sua volta il persistente nanismo ha radici antiche e profonde. Anche le imprese medio-grandi e meglio performanti italiane, a confronto con le corrispondenti imprese europee di successo, presentano una dimensione di addetti e fatturato inferiore.

  • Anche su questo tema le possibili spiegazioni di questa anomalia rimandano a fattori sia interne alle imprese, sia esterne. Tra i fattori interni alle imprese, innanzi tutto viene il modello di governance dell’impresa familiare che diffida della quotazione in borsa e della perdita del controllo ogniqualvolta si apre una prospettiva di allargamento del capitale aziendale tramite M&A: l’obiettivo della salvaguardia e crescita del capitale privato familiare prevale su quello di far crescere il perimetro dell’azienda. Ne deriva anche una minor pressione all’internazionalizzazione su vasta scala, soprattutto in termini di investimenti diretti, che comportano qualche allungamento della catena di controllo gestionale e occasionalmente una minore disponibilità ad alleanze e fusioni con soggetti locali. A ciò concorre la vera anomalia dell’impresa familiare italiana: a confronto con larga parte delle imprese a capitale familiare negli altri paesi avanzati, in Italia è nettamente superiore la percentuale di imprese dove il controllo gestionale è “family managed”, cioè affidato a membri della famiglia anzi che condiviso con soggetti manageriali esterni alla famiglia i quali sono interessati alla crescita dei volumi e dei valori economici aziendali da cui dipende in buona misura il loro guadagno atteso (Graf. 5).

Beninteso, non mancano esempi di gruppi a controllo familiare con ampia partecipazione di membri della famiglia alla gestione che valorizzano una gestione manageriale e così facendo realizzano importanti processi di crescita e di internazionalizzazione (Mapei e Ferrero per fare degli esempi). Ma sono pur sempre casi limitati nell’insieme. Non è casuale che, come si è visto negli anni recenti, il controllo di un numero crescente di imprese familiari (molto bene performanti e di limitate dimensioni) sia passato a medio-grandi gruppi internazionali che – non essendo condizionati dall’accumulazione del capitale privato delle famiglie controllanti –   hanno proiettato la storia dell’azienda italiana in una prospettiva di crescita mondiale.

  • Tra le spiegazioni del tendenziale nanismo esterne alla cultura aziendale gioca un ruolo rilevante la mancanza o quasi totale assenza di una fiscalità esplicitamente favorevole al reinvestimento degli utili anzi che alla loro distribuzione agli azionisti[5]. A ciò si aggiunge la struttura finanziaria ancora decisamente “bancocentrica” che non incoraggia l’intervento di intermediari finanziari non bancari (private equity, club deal, venture capital ecc.) più orientati ad accelerare la crescita dimensionale anche favorendo la diluizione del capitale di controllo e l’allargamento del management.
  • L’avanzamento tecnologico e organizzativo del sistema produttivo trova fondamentale alimento nell’intensità e qualità degli investimenti pubblici e privati nel “capitale umano” (Visco 2009, Visco 2015). A  loro volta questi investimenti generano efficienza e dinamismo delle imprese in funzione del sistema di formazione scolastica e professionale ai vari livelli. L’Italia ha accumulato un fortissimo ritardo nella diffusione dell’educazione terziaria (Graf. 2)  e ha perso molti colpi dai primi decenni del secondo dopoguerra quanto a risorse investite nell’istruzione professionale (Istituti tecnici secondari e di formazione superiore).
  • Un’altra fondamentale determinante della produttività ha a che fare con la “demografia” delle imprese (Graf. 9), cioè dalla maggiore o minore velocità con cui all’interno di ogni settore e di ogni territorio le imprese meno efficienti escono dal mercato e vengono rimpiazzate da imprese più efficienti già esistenti o nuove entranti (efficienza allocativa). Come già notato alla fine del par. 2.2 precedente, l’interpretazione del dato macroeconomico e macrosettoriale sulla produttività non può prescindere dalla grande eterogeneità tra le imprese componenti i medesimi settori, le medesime classi dimensionali e i medesimi territori. A parità di caratteristiche performanti delle singole imprese, la performance di interi settori migliora quanto più alta è la mera efficienza allocativa.
  • Ciò chiama in causa il quadro istituzionale su temi assai diversi ma accomunati dal continuo susseguirsi di promesse elettorali non mantenute e confusi disegni di riforma: normative sul mercato del lavoro che non riescono a conciliare le dovute garanzie ai diritti del lavoratore con la flessibilità richiesta dalle trasformazioni tecnologiche, cultura sindacale in cui l’ideologia fa premio sul pragmatismo, efficienza della giustizia civile da cui l’anomala durata dei processi civili in genere, legislazione fallimentare snella e mirata al rilancio e riqualificazione delle risorse temporaneamente congelate,   opacità e volatilità delle norme regolatorie, burocrazia che antepone il formalismo procedurale al raggiungimento dei risultati, sistema di ammortizzatori sociali che favoriscono o scoraggiano la mobilità tra imprese, corruzione capillarmente diffusa.
  • Il lento mutare del modello di specializzazione settoriale del paese non sembra aggiungere una spiegazione strutturale al ritardo nella crescita comparata della produttività. Secondo OCSE( 2017), negli anni 2000 “il basso livello di produttività è soprattutto da ascriversi a una fiacca crescita della produttività intra-settoriale piuttosto che ad una transizione verso settori caratterizzati da una debole crescita della produttività”.
  • Vi è poi, aggravato dal pesante calo degli investimenti durante la Grande Recessione, un significativo ritardo dell’industria e dei servizi nel volume e nella qualità degli investimenti fissi e immateriali.      Già prima della crisi, nel 1995-2006 Germania e Francia hanno investito di più nei settori manifatturieri a maggiore dinamismo tecnologico caratterizzati da più rapida crescita della PTF, mentre in Italia è avvenuto l’opposto (Hassan-Ottaviano 2013).

Nello stesso periodo l’Italia ha investito nettamente meno di Germania e Francia in attività materiali e immateriali legate alle ICT (Hassan-Ottaviano 2013, Fig. 5), mentre è noto da molti studi sull’economia USA che la “intensità di ICT” (hardware, software, capitale umano) è positivamente associata alla crescita della produttività. Uno di questi studi (Bloom-Sadun-Van Reenen 2012)[6] osserva la netta superiorità delle affiliate di imprese multinazionali americane rispetto alle imprese locali in termini di maggiore intensità d’uso di tecnologie e procedure ICT.

Diversi studi, anche su dati italiani, dimostrano l’importanza del “capitale digitale” come fattore promotore di efficienza e di innovazione delle imprese.[7] Non a caso la centralità delle ICT, o meglio la transizione dalla “terza rivoluzione industriale” (informatica, telecomunicazioni, computers) all’attuale o “quarta rivoluzione industriale” (digitalizzazione, interconnessione, intelligenza artificiale, internet delle cose, realtà aumentata ecc.), è una delle colonne portanti delle recenti politiche industriali dei governi europei, a cui  l’Italia stenta ad agganciarsi con la tormentata Agenda Industria 4.0. [8]

A proposito di competitività misurata dal costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, cioè dinamica salariale rapportata alla produttività del lavoro), va notata una recente inversione di tendenza. Mentre dal 2000 a metà 2012 la crescita cumulata del CLUP manifatturiero è stata del 40 per cento, contro una media del 25 per cento nell’Eurozona, dal 2012 in poi la crescita della produttività ha continuato ad essere modestissima o vicina a zero, ma si è accompagnata ad una notevole moderazione salariale. Come risultato, nel triennio 2014-2016 il CLUP italiano sul totale dell’economia è cresciuto tra lo 0,5 e l’1,1 per cento all’anno[9], meno della media dell’Eurozona (2,5 percento) e nettamente meno che in Germania (6,5 per cento). Questo recupero di competitività-costo ha certo contribuito alla migliore performance delle esportazioni italiane negli ultimi anni.

Spesso ci si chiede quanto l’Italia sia sfavorita da una specializzazione internazionale in settori a crescita relativamente lenta della domanda mondiale, cioè se la composizione merceologica delle esportazioni italiane penalizzi nel medio-lungo periodo le quote di mercato dell’Italia. Certamente la debole presenza dell’Italia come produttore ed esportatore nei settori delle alte tecnologie (settori per definizione a crescita di mercato più rapida) non favorisce le quote export dell’Italia.  Tuttavia diversi esercizi statistici di “constant market share” come quelli sopra ricordati portano a concludere che, almeno negli ultimi anni, la specializzazione settoriale, definita anche a livelli abbastanza disaggregati, non sembra aver giocato in modo significativo né a vantaggio né a svantaggio del paese.

2.4 Sintesi e Conclusioni

Da molti anni l’Italia è classificata tra i paesi dotati di elevata produttività scientifica ma mediocre produttività macroeconomica, che si accompagna a bassi investimenti (pubblici ma soprattutto privati) in attività formali di Ricerca e Sviluppo e tuttavia una notevole propensione delle imprese manifatturiere ad attività innovative in senso lato, come miglioramenti nell’ efficienza dei processi, veloci innovazioni incrementali nella qualità e nella tecnologia incorporata nei prodotti, esplorazione di nuovi mercati di esportazione. Questo disaccoppiamento fra eccellenza scientifica e competitività tecnologica e organizzativa sui mercati discende da fattori sia interni che esterni alle imprese,

Tra i fattori interni si annovera lo storico “nanismo” dimensionale delle imprese (in particolare la proporzione di imprese con meno di 50 addetti sul totale, proporzione quasi doppia rispetto alla media dei paesi avanzati), così come l’alta incidenza di imprese familiari con governance strettamente familiare anzi che manageriale: entrambe le circostanze contribuiscono alla minore propensione delle imprese a scommettere sulla ricerca come fattore di competitività. Si aggiunga la debole propensione delle piccole imprese a investire nella formazione del proprio capitale umano. Tra i fattori esterni giocano un ruolo importante la popolazione con grado relativamente basso di istruzione terziaria e la persistente carenza di istituzioni pubbliche preposte a favorire il trasferimento delle conoscenze tecnologiche dalla ricerca accademica alle decisioni di investimento e innovazione applicata delle imprese che operano sul mercato.[10]

Il ritardo dell’Italia nella crescita della produttività del lavoro e nella produttività totale dei fattori, registrato da più di due decenni anche se con deboli segnali di recupero dopo la crisi del 2007-2008, trova nuovamente spiegazioni sia nei citati fattori interni al tessuto imprenditoriale (vocazione al nanismo dimensionale e scarsa gestione manageriale che rallentano i processi di crescita esterna alla ricerca di maggiori economie di scala e di scopo), sia nel contesto esterno alle singole imprese. Di tale contesto esterno fanno parte i numerosi  fattori  che incidono negativamente sull’attrattività (doing business) delle imprese più dinamiche: normativa e regolazione volatile e complessa, burocrazia lenta e inaffidabile, fiscalità pesante e ostile anche perché condizionata dall’alto tasso di evasione fiscale e contributiva, giustizia civile lenta, legislazione fallimentare che produce congelamento inefficiente di risorse, rigidità in alcune aree della cultura sindacale. A ciò si aggiunge sempre più il ritardo nell’accumulazione del “capitale digitale” che permea l’intero sistema produttivo e le istituzioni pubbliche.

Riferimenti bibliografici

      Bloom N., R. Sadun and J. Van Reenen (2012), The organization of firms across countries, The Quarterly Journal of Economics, vol. 127(4), pp. 1663-1705.

        Brynjolfsson, E., McAfee, A. (2014), The second machine age: work, progress, and prosperity in a time of brilliant technologies, New York, W.W.Norton &Company.

Bugamelli M.,L.Cannari, F.Lotti and S.Magri, (2012) The innovation gap of Italy’s production system: roots and possible solutions, Questioni di Economia e Finanza (Occasional papers), Banca d’Italia, n. 121.

Bugamelli M, Lotti F. et al. (2018) Productivity growth in Italy: a tale of a slow-motion change, Quaderni di Economia e Finanza (Occasional Papers), Banca d’Italia,. N. 422.

Bugamelli M ,Pagano, P. (2003), Capitale digitale, capitale umano, capitale organizzativo: complementi inscindibili nella ricerca dell’efficienza, in Rossi S. ,a cura di (2003).

De Nardis S. (2019), Dissecting Italian manufacturing: sector, dimension and resource allocation in the last ten years, WPO 6/2019, LUISS, Roma.

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Fabiani F., Schivardi F., Trento S., (2003), Quale impresa italiana investe in tecnologie digitali?, in Rossi a cura di (2003), pp. 125-150.

      Hassan, F., Ottaviano, G.I.P. (2013). “Productivity in Italy: the Great Unlearning”, VoxEu 14    December 2013.

      Istat (2017), Rapporto annuale 2017. La situazione del paese, Roma.

Istat (2019) , Rapporto sulla competitività dei settori produttivi, Roma.

MIUR-Ministero Istruzione Università e Ricerca (2015), Programma Nazionale per la Ricerca 2015-2020, Roma.

OCSE (2017), Rapporto economico Italia, Paris.

OECD (2019), Main Science and Technology Indicators, February 2019, Paris.

Pavitt K. (1084), Sectoral patterns of technical change. Towards a taxonomy and a theory, “Research Policy”, 13, 1984.

Rossi, S., a cura di (2003), La nuova economia. I fatti dietro il mito, Il Mulino, Bologna.

Visco I. (2015), Perché i tempi stanno cambiando, II Mulino, Bologna.

Visco I. (2009), Investire in conoscenza. Per la crescita economica, Il Mulino, Bologna.


[1] Come ricorda il PNR (Programma Nazionale di Ricerca) 2015-2020 del Miur (2015, p, 9), l’Italia è al terzo posto al mondo (a ruota con UK e Canada) quanto a numero di pubblicazioni scientifiche per unità di spesa lorda in Ricerca e Innovazione, occupa l’ottavo posto come numero assoluto di pubblicazioni. La qualità delle pubblicazioni, misurata dal numero di citazioni dai lavori scientifici, è nella media europea e superiore alla media in alcuni ambiti come Ingegneria e Medicina.

[2] Come notato più avanti, le imprese più competitive in questi settori manifatturieri “tradizionali” o “supplier dominated” nella terminologia d Pavitt (1984) investono poco nella ricerca formale di laboratorio, ma svolgono molta attività innovativa nei processi e nei prodotti. Da un lato esse importano innovazione tecnologica dai propri fornitori (suppliers) di macchinario, materiale e componenti.

[3] Vedi anche MIUR (2015, p. 11). L’Italia è forte esportatore di cervelli (laureati e dottori che fanno ricerca all’estero) mentre riesce ad attrarre solo il 2 per cento degli studenti stranieri che decidono di studiare all’estero (ibidem p. 15)

[4] De Nardis (2019)

[5] Si veda la recente triste vicenda dell’ACE, che mirava proprio a stimolare il capitale di rischio ed è stata sostituita da qualche sconto sulle aliquote IRES. Sotto la spinta  del rilancio post-Covid19 il governo sta ripensando allo strumento dell’ACE ricalibrando i parametri fiscali di riferimento.

[6] Lo studio utilizza dati panel provenienti dalla banca UK Establishment Panel, dal Panel Harte-Hanks su 160.000 stabilimenti europei di imprese con più di 100 addetti e dalla CEP Management Survey 2006 di Londra sul sottoinsieme di 1633 imprese localizzate in sette paesi europei. Quest’ultima banca di microdati utilizza una squadra di 51 intervistatori che assegnano ad ogni impresa intervistata un punteggio su scala 1-5 su 18 campi di pratiche manageriali come assunzioni, valutazioni, premi, penalizzazioni, formazione e innalzamento delle qualifiche.  Viene sottolineata una stretta connessione tra l’impiego di strumenti ICT e il grado di flessibilità-mobilità interna della manodopera.

[7] Si veda Fabiani-Schivardi-Trento (2003) e Bugamelli-Pagano (2003).

[8] Come argomentano Brynjolfsson a McAfee (2014), nessuno dispone della sfera di cristallo per prevedere la crescita della PTF nei prossimi decenni, ma non dobbiamo sottovalutare il potere dirompente delle innovazioni degli anni recenti, come l’interconnessione tra robots nella meccatronica, l’intelligenza artificiale, la “manifattura additiva” (3D Printing), la manutenzione predittiva, il quantum e cloud computing, la fotonica, i materiali avanzati e compositi.

[9] Dato da Istat (2017), p, 15.

[10] Al di là del lento avvio,  è forse ancora prematuro un giudizio su efficienza ed efficacia dello schema varato da Impresa 4.0 con l’interazione fra Digital Innovation Hubs distribuiti sul territorio e un numero ristretto di Competence Centres facenti capo alle università.