L’unica strada verso l’immunità passa dalle licenze obbligatorie

Fabrizio Onida (Sole24Ore 9 aprile 2021)

A quasi venti anni di distanza dalla mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale circa il flagello dell’HIV-Aids e le difficoltà di accesso dei paesi emergenti (anche i più poveri) alle terapie capaci di contrastarlo, la pandemia da Covid-19 ha riaperto un grande dibattito sulle regole del gioco che dovrebbero governare la globalizzazione in materia sanitaria. In particolare, quanto è compatibile la piena protezione del diritto brevettuale con l’urgenza di  frenare efficacemente una  pandemia fino a pochi mesi fa imprevista da tutti i protagonisti?

Attenzione: nessuno mette  in discussione la regola generale che garantisce una tutela giuridica dei diritti dell’innovatore, individuo singolo o società che sia.  Il brevetto consente di difendere un piccolo temporaneo monopolio dell’innovatore (di norma per un ventennio) contro prodotti palesemente copiati da concorrenti domestici o esteri: concorrenti a basso costo i quali, a differenza dall’innovatore, non hanno dovuto investire risorse proprie finanziarie e umane. In assenza di tale protezione, che garantisce dunque un temporaneo “profitto da monopolista”, verrebbe largamente meno l’incentivo a fare ricerca e realizzare prodotti e servizi veramente innovativi e socialmente utili.

Ma le pandemie obbligano a ripensare ai brevetti in campo sanitario-medicinale come elementi di “bene comune”, non solo come fonte (legittima) di profitto e relativo incentivo a investire in ricerca e  innovazione.  Senza una produzione e distribuzione su larga scala di vaccini, test e terapie che combattono l’aggressione di Covid-19 e delle sue varianti, ogni paese è esposto al rischio di contagio e di decessi in proporzioni con pochi precedenti storici. Questo rischio non è ancora oggi ben percepito nei paesi ricchi, ma che ne sarà quando nel mondo  i flussi turistici e di lavoro tenderanno a tornare a livelli storicamente normali?  Senza un accesso tempestivo e massiccio alla vaccinazione della popolazione non si può sperare di raggiungere l’immunità globale. Il cosiddetto “nazionalismo dei vaccini”, che porta alcuni Stati a competere anzi che a collaborare, si ritorce inevitabilmente contro tutti, inclusi i proponenti.

La soluzione passa inevitabilmente dalla diffusione della pratica delle “licenze obbligatorie” che i paesi tecnologicamente avanzati possono imporre al Big Pharma dietro modesto indennizzo, in violazione dei diritti formali in tema di brevetti (TRIPS waiver). In tal modo anche diversi paesi meno avanzati potrebbero  legalmente produrre e/o importare vaccini riconosciuti dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (HWO). Già poco dopo l’entrata in vigore nel 1995 della Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) la materia è stata regolata dall’art. 31 dell’Accordo sui TRIPS (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights) emendato da un Protocollo del 2005, che si accompagna alla pubblica Dichiarazione  sui TRIPS e la salute pubblica (“Doha Declaration”) votata dalla quarta Conferenza Ministeriale della WTO del 2001. 

Si stima peraltro che la gran parte (più di 90 miliardi di dollari) per la ricerca su vaccini e terapie anti-Covid sia  stata finanziata non dalle imprese ma  dai governi. 

Come mostra la tormentata  esperienza della lotta contro HIV-Aids agli inizi degli anni 2000, quando il prezzo di mercato richiesto dalle case produttrici raggiunse soglie di diverse migliaia di dollari a paziente, anche l’offerta di “licenze volontarie” di produzione ai governi dei paesi meno sviluppati non consentiva certo alla loro popolazione l’accesso alle cure. E oggi sarebbe ipocrita pensare che la soluzione venga da licenze volontarie decise caso per caso e lasciate al libero gioco del mercato.

L’iniziativa internazionale Covax (Covid-19 Global Vaccine Access Facility) avviata nel giugno 2020 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), a cui Biden ha  manifestato l’intenzione di aderire con un contributo di 4 miliardi di dollari, prevede l’acquisto centralizzato di vaccini per immunizzare almeno il 20% degli abitanti più vulnerabili nei paesi a reddito basso e medio-basso. Ma senza estendere la gamma dei produttori (su licenza dei titolari dei brevetti), data la corsa dei paesi più ricchi ad assicurarsi grossi quantitativi di dosi di vaccino direttamente dai propri fornitori, alcune popolazioni più povere potrebbero dover attendere  il 2022 e oltre per ottenere la disponibilità effettiva dei vaccini, come segnalato dal direttore generale della HWO Ghebreyesus.

Economisti ortodossi come Olivier Blanchard e Jean Pisani-Ferry sollecitano soluzioni che  assicurino una  “truly global vaccination” (Project-Syndicate Org, 31marzo 2021).  

Va dunque  chiaramente affrontato il nodo della incapacità dei soggetti pubblici a produrre vaccini in ampia scala, che tuttora rende  il mondo dipendente dalle strategie del Big Pharma. Non basta sospendere  i diritti brevettuali se la comunità internazionale  (a cominciare dal G-20 che attualmente vede la presidenza italiana) non si mobilita per promuovere massicci investimenti in capacità produttiva capace di soddisfare la domanda mondiale. Questo richiede una attenta e forte cooperazione internazionale, perché in realtà servono competenze medico-scientifiche specialistiche e attrezzature complesse (come i bioreattori).

 In sede WTO, già dal 2020 India e Sud Africa, appoggiati da più di 100 paesi membri meno ricchi,   hanno chiesto una moratoria sulla protezione dei diritti di brevetto sui farmaci  anti-Covid. L’attuale Direttore generale della WTO, la nigeriana Ngozy Okonjo-Iweala, ha avanzato proposte per una “terza via” temporanea, ma il fronte dei paesi ricchi (Usa, Canada, UE, Svizzera, Norvegia, Giappone, Singapore, Australia) sembra ancora fermo sulla proposta di licenze volontarie soggette a negoziazione caso per caso. Non mancano posizioni critiche, come l’associazione Public Eye di 27.000 membri nella ricchissima Svizzera, che denunciano l’abuso dei brevetti e la privatizzazione dei pingui profitti.

fabrizio.onida@unibocconi.it