Cina alla ricerca di un ruolo globale

Fabrizio Onida  (Sole24Ore 13 novembre 2023)

Sullo sfondo della guerra Russia-Ukraina e della tragedia israelo-palestinese, quale ruolo la Cina  intenderà svolgere nel contesto geopolitico mondiale? Qualche elemento potrà forse indirettamente emergere dall’ incontro ravvicinato di Xi Jinping con Jo Biden a San Francisco (14-16 novembre) in occasione del CEO Summit leaders dell’Apec (Asia Pacific Economic Cooperation: iniziativa nata nel 1989 con sede a Singapore di 21 paesi membri, inclusi Usa Cina Russia Giappone Sud Corea e Taiwan). Sono passati sei anni dal primo incontro   dello stesso Xi Jinping con Trump nella lussuosa cornice della residenza privata del presidente Usa a Mar-a-Lago. Più di recente, nel novembre 2022 i due leader si sono incrociati a Bali nell’ambito del Summit Apec.

Questa terza volta il contesto è profondamente cambiato, non solo per le guerre in corso ma anche per i segnali di debolezza dell’economia cinese che si sono moltiplicati dopo la crisi del Covid-19. Per la prima volta da decenni, la congiuntura economica prevista dai vari osservatori ed esperti vede un forte rallentamento della crescita, secondo alcuni  fino a rasentare una temporanea stagnazione dell’economia cinese, interrompendo il ruolo di traino che da tempo la Cina ha esercitato nell’economia mondiale. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale per ora prevedono una crescita nell’intorno del 3-5 per cento nel prossimo quinquennio, molto inferiore all’8-10 per cento di non lontana memoria.  Come tutte le analisi congiunturali, le previsioni sono soggette a oscillazioni e cambiamenti di rotta, ma soffermiamoci sulle ragioni sottostanti questi mutamenti  di scenario da cui trapela una qualche fragilità nello sviluppo del gigante cinese. Un segnale forse significativo: un recente sondaggio del US-China Business Council riporta che più di un terzo dei membri hanno smesso o prevedono di smettere tra poco di investire negli Usa.

Innanzi tutto, sotto il profilo macroeconomico di politica interna, abbandonata la linea pragmatica di Deng Xiaoping degli anni ’80-’90 (“arricchirsi è glorioso”, socialismo con caratteristiche cinesi”) la Cina presenta una vistosa anomalia, cioè un peso del risparmio e degli investimenti sul Pil intorno al 40 per cento (contro livelli intorno al 20 per cento in media nei paesi maggiormente sviluppati) a scapito della quota dei consumi privati e pubblici, da cui dipende in buona misura il livello e la diffusione  di benessere nella popolazione: quasi un modello da “economia di guerra in tempo di pace”. Una crescita fortemente squilibrata degli investimenti, soprattutto in infrastrutture e costruzioni.  e ancor più in una edilizia residenziale che fatica a trovare un’altrettanto vivace domanda di alloggi e infrastrutture turistiche, genera sprechi di risorse, danni all’ambiente e conti bancari in sofferenza (una bolla del debito immobiliare che non è prossima a sgonfiarsi), anzi che innescare il classico processo moltiplicativo virtuoso domanda-offerta. Processo virtuoso che si autoalimenterebbe e verrebbe incontro ai bisogni crescenti di una popolazione rurale che continua riversarsi dalle campagne sottosviluppate verso l’esplodere di un urbanesimo accelerato. Invece l’elevatissima propensione al risparmio delle famiglie è l’altra faccia dell’insicurezza sul futuro, dato il ruolo troppo modesto dello Stato del benessere, che dovrebbe invece garantire l’accesso a servizi sanitari pubblici e a pensioni adeguate.

 La popolazione cinese è in calo (deficit demografico), superata ormai dall’India, e invecchia rapidamente come effetto ritardato e vischioso della politica del figlio unico e dei femminicidi che ha segnato l’era di Mao Tse Tung e della fallita rivoluzione culturale con il disastroso “grande balzo in avanti”.

I consumi sono penalizzati da una preoccupante disoccupazione giovanile (oltre il 20%), che ostacola il dinamismo del ricambio generazionale e accresce le disuguaglianze tra fasce alte e basse di reddito urbano.

A queste ombre sempre più evidenti sul terreno della politica interna si accompagnano segnali preoccupanti per Pechino in politica estera, un campo in cui Xi Jinping ha giocato e sta ancora giocando carte importanti soprattutto con l’iniziativa della BRI (la cosiddetta “nuova via della seta”) mirata ad aprire e consolidare traffici ferroviari e marittimi di beni e investimenti tra Cina e Occidente, aggirando la grande Russia, favorendo il coinvolgimento dell’Asia centrale, dell’area mediterranea  e di paesi africani del “Sud globale”. Il progetto toccherebbe quasi 70 paesi e si articola in progetti infrastrutturali finanziati in parte a fondo perduto ma in misura maggiore indebitando i paesi beneficiari a medio-lunga scadenza. Proprio sull’accumulo di debito pubblico di molti paesi emergenti e sull’affacciarsi delle prime insolvenze stanno crescendo le preoccupazioni dei mercati finanziari internazionali, che risentono ancora la scottatura della crisi finanziaria del 2008-09 a seguito della quale i governi dei paesi ricchi dovettero intervenire iniettando risorse nei bilanci bancari per ammontari ingenti superiori al 3% del Pil globale.

A San Francisco Xi Jinping cerca, da un lato, di recuperare la fiducia dei mercati finanziari nell’economia statunitense e, dall’altro, di rilanciare il ruolo di una “pax americana” per allontanare i rischi crescenti di conflitti armati forieri di una terza guerra mondiale.

L’Europa, pur priva di una voce unica autorevole ma dotata di personale politico intelligente e aperto a soluzioni cooperative, può incoraggiare la ricerca di future coalizioni tra la Cina e l’Occidente nell’affrontare grandi sfide superando le tentazioni nazionalistiche e le ideologie dello scontro fra civiltà: sfide che si chiamano lotta al cambiamento climatico, lotta al terrorismo, prevenzione e cura delle pandemie, negoziati per la non-proliferazione nucleare, cooperazione internazionale per la stabilità macroeconomica, finanziamento della ricerca scientifica, promozione della mobilità internazionale degli studenti e dei ricercatori.

Prima di morire lo scorso ottobre, il 68enne ex PM Li Kequiang, emarginato da Xi Jinping dopo i contraccolpi del Covid-19, aveva auspicato una “mondializzazione con caratteristiche cinesi”.

fabrizio.onida@unibocconi.it