I passi obbligati per la Ue nel settore digitale-militare

Fabrizio Onida (Sole 24Ore,  24 aprile 2026)

Nel suo discorso in occasione del conferimento della laurea honoris causa all’Università di Leuven (Belgio) lo scorso 2 febbraio, Mario Draghi non ha perso l’occasione per tornare sul tema  centrale del suo Rapporto (24 settembre 2024), i rischi del ritardo e dell’indebolimento della competitività dell’Europa nel quadro evolutivo della divisione internazionale del lavoro. Ha usato termini forti come i rischi della subordinazione (dagli Usa nella Difesa, dalla Russia nelle fonti di energia, dalla Cina nella crescita dei mercati di sbocco dell’industria manifatturiera).

Gli fa eco il ponderoso saggio di Federico Rampini (Pane e cannoni. Un mondo in guerra e le sue nuove regole, Laterza 2026) quando si chiede “Dove sono gli equivalenti europei di Nvidia, Microsoft, Meta, SpaceX, Amazon o Apple?”. Per rispondere alla domanda non basta sottolineare che negli Usa, a confronto con l’Europa, la spesa pubblica è meno assorbita dalle politiche del welfare (previdenza, sanità, istruzione, assistenza sociale) e quindi ha maggiori spazi per sostenere il settore privato quando investe in innovazione sulle frontiere delle nuove tecnologie. Bisogna anche tener conto che negli Usa, così come in Cina, vige una tradizione – sottolineata già nei primi anni del secondo dopoguerra da John Keneth Galbraith – del “complesso militare-industriale”, il quale oggi prende forma di un “complesso militare-digitale” che svolge in ruolo decisivo nell’orientare gli investimenti innovativi del settore privato.

I primi passi dell’IA (Intelligenza Artificiale) sono collegati al militare, ricordando la macchina concepita nel 1936 da Alan Touring per decriptare il sistema di comunicazione militare nazista “Enigma”. Da allora è molto cresciuta l’interazione fra le Big Tech emergenti e l’apparato militare guidato dal Department of Defense (DoD). Tra il  2008 e il 2024 il numero dei contratti assegnati dal DoD alle principali piattaforme (Amazon, Alphabet, Microsoft, Meta) è cresciuto 13 volte (+650% in termini di valore): crescita sottostimata, poiché molte attività svolte dalle Big Tech a favore dell’apparato ricercamilitare e delle agenzie di intelligence sono secretate.

Un saggio molto documentato di Davide Guarascio (Imperialismo digitale. Imperialismo e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza 2026) riporta i contratti assegnati alle Big Tech dal DoD nel 2013-2024 (pag, 128-9).  Dal dicembre 2022 è operativo il programma JWCC (Joint Warfighting Cloud Capability) con cui le Big Tech forniscono servizi cloud di supporto alle decisioni di esercito-marina-aeronautica. Per sua costituzione la DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) favorisce il trasferimento dei risultati della ricerca da università e centri di ricerca pubblici alle imprese capaci di trasformarli in nuove tecnologie e prodotti richiesti dall’apparato militare, con una visione di lungo periodo.

Dal 2015 opera la DIU (Defense Innovation Unit), diretta emanazione della Silicon Valley che deve collaborare col Pentagono in cinque aree tematiche prioritarie: IA, apprendimento automatico, armi autonome (droni, robot), aerospazio, sicurezza informatica. Abbiamo memoria del cosiddetto meccanismo delle “porte girevoli”, inaugurato da Robert McNamara ai tempi della guerra in Vietnam, quando lasciò la  presidenza della Ford per assumere quella temporanea di segretario della Difesa nominato da JFKennedy.

Quanto alla Cina, non sorprende il ruolo centrale del complesso militare-digitale nella crescita della quota del valore aggiunto manifatturiero globale dal 5% del 2001 a quasi il 40% oggi, confrontata con il 20% degli Usa e dell’Unione Europea, il 5% del Giappone e il 3% della Corea del Sud. Il 14° Piano quinquennale della RPC (2021-2025) ha già indirizzato gli sforzi innovativi verso domini come IA, comunicazione 6G, computer quantistici, sensoristica.  Nelle classi tecnologiche legate alla IA la Cina già oggi controlla quasi il 70% dei brevetti, mentre la quota Usa è scesa sotto il 15% e quella Ue un misero 3%. Nel gennaio 2025 la Cina ha lanciato l’IA generativa DeepSeek RI, affiancandosi alle Big Tech più avanzate.

Prevengo una osservazione critica di colleghi e lettori: non sto ovviamente augurandomi un futuro in cui la politica in  Europa risponda innanzi tutto alle istanze della sicurezza militare anche al di fuori delle costituzioni democratiche, aprendo la porta a colpi di Stato (purtroppo presenti anche nella storia recente) o a commistioni opache tra interessi economici e poteri occulti. Voglio solo sottolineare che il disegno delle traiettorie tecnologiche per il futuro dell’industria e dei servizi europei dovrebbe tenere sotto stretta osservazione l’intreccio dinamico fra  sviluppo civile e sicurezza interna ed esterna e in particolare le ricadute positive dagli investimenti nel militare all’intera economia.

fabrizio.onida@unibocconi.it