Paletti per limitare le disuguaglianze sociali

Negli ultimi anni la comunità scientifica degli economisti, a cominciare dai Nobel Paul Krugman, David Acemoglu e James A.Robinson, ha visto emergere una nuova sensibilità verso il grande tema delle disuguaglianze sociali che si accompagnano allo sviluppo nei paesi avanzati. E’ un tema per molto tempo sopraffatto dalla contrapposizione storica fra i fallimenti di molte autocrazie e il diffondersi del benessere e del libero mercato. Bisogna dire che sviluppo economico e disuguaglianze tra fasce di reddito sono un fatto incontestabile di natura, ma la coscienza collettiva esige dei paletti che ne deliminino la dimensione e ne misurino l’accettabilità culturale e sociale.

Qualche dato eloquente fornito da Onu e Ocse: il rapporto tra valore aggregato dei patrimoni (reali e finanziari) delle famiglie e Pil  è cresciuto dal 250 per cento (nel 1980) al 500 per cento (oggi). Ma soprattutto è cresciuta la concentrazione personale della ricchezza. Attenzione: sull’intera popolazione mondiale la disuguaglianza dei redditi tra persone fisiche è diminuita dagli anni ’80, soprattutto grazie alla forte crescita di paesi sovrapopolati e inizialmente meno sviluppati come Cina, India e altri paesi asiatici. Ma nella distribuzione statistica dei redditi la quota del top 1 per cento è  salita dal 10 per cento al 20 per cento del Pil mondiale: un aumento molto marcato negli Stati Uniti; consistente nel Regno Unito e in Canada, più contenuto nei paesi nordici, relativamente stabile in Francia e Belgio.

I 20 personaggi ultraricchi del mondo oggi detengono più del 2 per cento della ricchezza mondiale e il loro reddito è pari al 12-13 per cento del Pil mondiale. Con tali mezzi questi individui ultraricchi possono assicurarsi il controllo dei media e pesare sulle campagne elettorali. Negli Usa i miliardari hanno pesato il 19 per cento della spesa politica complessiva nelle elezioni del 2024, arrivando probabilmente a condizionare in misura significativa la formazione dell’ideologia politica prevalente nel paese.

Perché la ricchezza tende a crescere più del Pil? Principalmente conta il diffuso calo della progressività nelle imposte personali sul reddito. Negli Usa l’aliquota massima marginale sui redditi nel dopoguerra è calata dal 70 per cento nel 1981 al minimo storico del 28 per cento dall’avvento di Reagan..  Sempre negli Usa, il compenso degli amministratori delegati oggi può raggiungere 500 volte il salario medio dei dipendenti .

 Perché paesi confinanti come Usa e Messico, o ancor più Corea del Sud e Corea del Nord, mostrano nel tempo un divario persistente nel proprio tasso di crescita? La risposta non viene tanto dalla scienza economica ma dalla scienza politica, cioè dalla teoria delle istituzioni politiche e amministrative. Secondo una terminologia ormai diffusa proposta dai citati Nobel  D. Acemoglu e J.A.Robinson (Perché le nazioni falliscono, 2012) dopo 15 anni di ricerca su decine di paesi, a grandi linee le istituzioni si distinguono tra due categorie, “estrattive” e “inclusive”. Nei paesi dominati da istituzioni estrattive, lo sviluppo del capitale umano dei cittadini e del cosiddetto ascensore sociale è frenato dal consolidarsi delle oligarchie autoreferenziali e anti-democratiche che si appropriano di rendite e profitti. All’opposto, laddove dominano istituzioni inclusive la proprietà privata ben governata mobilita i talenti, promuove la cultura, stimola la voglia di migliorare e favorisce il diffondersi delle innovazioni. Le istituzioni dei paesi scandinavi offrono numerosi esempi di politiche inclusive: sistema fiscale progressivo anche nella tassazione dei patrimoni, welfare universale nella sanità, investimenti nell’istruzione di qualità, elevata sindacalizzazione non conflittuale nel mercato del lavoro, salari minimi di fatto fissati dai contratti collettivi, sussidi di disoccupazione che sostengono i lavoratori nelle fasi di transizione tra diversi impieghi (flexsecurity), elevata partecipazione femminile al mercato del lavoro che aumenta il reddito delle famiglie e riduce il rischio di povertà, edilizia pubblica diffusa ed efficiente che contribuisce a contenere gli aumenti nei prezzi delle abitazioni nelle maggiori città.

Nella Ue nel 2021 ben 130 paesi hanno concordato di muoversi verso una tassazione al 15 per cento dei profitti delle grandi multinazionali operanti sul proprio territorio. Oggi in Spagna, e forse nel Regno Unito sotto il nuovo primo ministro  Andy Burnham, si dibatte molto su  misure simili.

In California la Proposition 40 (che andrà al ballottaggio il prossimo novembre) prevede una tassa una tantum del 5 per cento sul patrimonio dei 250 miliardari residenti risultante retroattivamente al 1 gennaio 2026, un patrimonio di 2000 miliardi di dollari pari all’intero reddito lordo della California. Il gettito atteso di 100 miliardi di dollari verrebbe destinato al 90 per cento alla sanità pubblica e per la restante parte a istruzione e assistenza alimentare.

In conclusione, qualcosa si muove sia pure timidamente nei regimi capitalistici non prigionieri dell’ideologia ultra-liberista e quindi aperti a politiche volte a coltivare una identità collettiva accettabile alle coscienze democratiche, dopo secoli di guerre, odi e violenze. Una identità collettiva pluriforme secondo cui libertà di entrata per le imprese, meritocrazia e rincorsa all’innovazione sono perfettamente compatibili con la domanda di giustizia sociale. Qui si intravede la natura autentica del capitalismo liberale, sperabilmente vincitore nella storia al di là delle religioni, delle tradizioni e degli egoismi nazionali.