Fino all’invasione del Donbass (2022) preceduta da quella della Crimea (2014), Putin ha continuato a bollare i suoi oppositori politici interni come estremisti complici dei terroristi: è il caso degli oligarchi in esilio come Boris Berezovsky e Mikhail Khodorkovsky e più recentemente di Alexei Navalny fatto morire in carcere nel 2024. Dopo l’inizio della guerra aperta nel Donbass Putin sembra aver cambiato tattica, trattando gli oppositori come spie e alimentando un clima di sospetti e di sfiducia nei confronti della sua stessa amministrazione. Non dimentichiamo che Putin è direttore del FSB, erede del sovietico KGB. Secondo alcuni osservatori (Andrei Soldatov e Irina Borogan su Foreign Affairs del 31 agosto) la conseguenza di questa paranoia da controspionaggio è una serpeggiante paralisi nel funzionamento della burocrazia. Si è arrivati all’arresto di funzionari e dirigenti accusati di abuso di potere, frode e appropriazione indebita. Arresti sparsi su un ampio arco di ministeri e amministrazioni come Difesa, Energia, Scienza e Istruzione Cultura, Affari Interni, Trasporti, fino al governo della municipalità di Mosca. I processi sono veloci e arrivati a sentenze severe, fino 15 anni di carcere, talora vengono fatto oggetto di scambi di prigionieri russi negli Usa. Rosstat (Servizio statistico Federale) ha iniziato a censurare la diffusione di crescenti flussi di informazione statistica su economia e finanza, inclusi dati sensibili in materia di demografia, infrastrutture civili, banche e intermediari finanziari. L’Occidente è visto sempre più non come interlocutore con cui competere, ma come il principale avversario che impedisce alla Russia di svolgere il ruolo di grande potenza autonoma euro-asiatica, nella distopica visione di Putin nuovo polo di un mondo multipolare. La dottrina del controspionaggio richiama da vicino quella lungamente praticata da Stalin durante e dopo la prima guerra mondiale. Non stupisce che in questo contesto la Russia registri severi ritardi nel coltivare tecnologie avanzate come il cloud computing, perché incontra ostacoli nel continuare precedentemente consolidate collaborazioni con agenzie esterne come l’americana Cloudfare, accusata dal FSB di controspionaggio nelle relazioni con amministrazioni russe. Finora Putin ha soffocato l’opposizione interna, da ultimo il ricco oligarca Andrei Melnichenko intervistato su The Economist all’inizio di luglio. Nell’attuale stallo della guerra con l’Ukraina, con numero crescente di morti e feriti da ambo le parti, secondo Bill Emmot (ex-direttore di The Economist) cresce a valori non trascurabili la probabilità che Putin non sia lontano dal dover prossimamente dichiararsi perdente, aprendo la strada ad una successione dai confini ignoti. Sarebbe azzardato fare previsioni in questo quadro popolato di pesanti incognite,
ma è giusto tenere conto di questi elementi di informazione che oltrepassano i confini della segretezza. Fabrizio Galimberti sul Messaggero cita un’ampia analisi di due importanti think tank nord-europei (il Kiel Institute tedesco e lo svedese Stockholm Institute For Transition Economics) secondo cui le fondamenta strutturali dell’economia della Russia “si vanno erodendo rapidamente”. Il tasso di crescita del Pil viaggia verso lo “zero virgola”, l’Ukraina utilizzando sapientemente i suoi droni ha saputo danneggiare seriamente installazioni petrolifere russe, raffinerie e porti, tanto che a metà agosto 2026 solo tre su dieci stazioni di servizio avevano benzina per gli automobilisti. I massicci investimenti per la Difesa hanno fatto salire i tassi d’interesse nominali sui titoli a 10 anni al 16 per cento (10 per cento reali, cioè al netto dell’inflazione al 6 per cento): un tasso difficilmente sopportabile dalle imprese, che infatti si indebitano verso i fornitori e contano sulla benevolenza del governo sulle tasse non pagate. Sarebbe azzardato prevedere un prossimo crollo di Putin, ma il vero nodo sta nel conflitto interno alle élites che può esplodere nell’arco di uno-due anni per la progressiva erosione di capacità della Russia di continuare la guerra alle condizioni attuali. fabrizio onida@unibocconi.it © RIPRODUZIONE RISERVATA