La sfida Cina-Ue sull’auto tra strategie commerciali e dazi

Crescono i rumori di fondo di una  guerra commerciale fra la Ue e la Cina causata dall’inarrestabile avanzata delle importazioni europee dalla Cina, in particolare di automobili elettriche, che mettono in serie difficoltà il mantenimento dell’occupazione nei nostri paesi. La Volkswagen ha minacciato di tagliare 100.000 posti di lavoro nei propri impianti europei, mentre le importazioni della Ue di veicoli elettrici cinesi hanno superato il milione di unità nel 2025. E’ pur vero che queste maggiori importazioni sono anche andate a scapito di quelle provenienti da altri paesi (come Giappone, Usa, Regno Unito, Svizzera), ma resta impressionante la velocità di crescita della quota cinese sulle importazioni della Ue (raddoppiata dal 3% al 6% in soli due anni dal 2023) nelle fasce inferiori di prezzo di produzioni a più alta intensità di lavoro. Il recente successo delle vendite cinesi nella Ue è stato favorito anche da un andamento del cambio che ha visto lo yuan dal 2021 prima deprezzarsi di circa il 10% e solo negli ultimi mesi recuperare l’attuale livello di 6.8 yuan/dollaro. Le autorità monetarie cinesi sembrano voler tenere un rigido controllo valutario mirante a evitare un troppo forte apprezzamento del cambio, che penalizzerebbe sensibilmente la competitività internazionale del paese, comprimendo le esportazioni e favorendo le importazioni.

Nei prossimi anni sembra plausibile una strategia cinese che punterà ad estendere la propria quota di export nelle fasce medie (e in prospettiva medio-alte), alla ricerca di una migliore redditività del proprio settore automobilistico.

Conclusione: in questo quadro la Ue potrebbe e dovrebbe prendere in seria considerazione un possibile percorso di politica del commercio estero che cerchi di indurre la Cina ad un comportamento di gioco cooperativo con esito “win-win”, nell’ottica antitetica a quella del “dilemma del prigioniero” che porta a perdite reddituali “lose-lose” per entrambi i partner. Nella consolidata teoria dei giochi “la minaccia strategica contiene un esplicito invito alla trattativa” (GianEnrico Rusconi, Scambio, minaccia, decisione. Elementi di sociologia politica, Mulino 1984).

Un percorso di gioco cooperativo potrebbe recuperare un accordo bilaterale di contenimento o “restrizione volontaria delle esportazioni” cinesi, sulla scia della lontana esperienza delle VER (voluntary export restrictions) sperimentata con successo dagli Usa e dal Giappone alla fine degli anni ’80, quando l’industria automobilistica americana sembrava sopraffatta dall’invasione dei veicoli giapponesi sul mercato americano. Successivamente le regole del gioco della WTO allora vigenti portarono a dichiarare illegale tale strumento: ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti, con la politica commerciale estera imposta da Trump che ha sfondato diverse barriere giuridiche tra legalità e illegalità internazionale.

Come strumento di pressione politica sulla Cina per indurla a un gioco cooperativo, la Ue potrebbe ventilare qualche bastone e carota.  

Come bastone potrebbe minacciare pochi dazi mirati e/o (opzione assai meno facile da implementare) prezzi minimi imposti per entrare sul mercato europeo.  Ma soprattutto la Ue potrebbe introdurre specifici limiti all’accesso di aziende cinesi alle gare d’appalto pubblico, ostacolando così la penetrazione cinese su un mercato europeo di ampia portata, mercato che la Cina non può trascurare. Si aggiungano pratiche amministrative defatiganti sui processi immig, ratori e sui traffici nei porti europei di approdo di navi e imbarcazioni cinesi.

Come carota, potrebbe ampliare gli incentivi a investimenti diretti cinesi in Europa che creano posti lavoro, anche sotto forma di joint venture, con impegno ad avvalersi di fornitori europei di materiali e componenti oltre che ad assumere manodopera locale europea.

La credibilità della politica estera commerciale della Ue, in particolare verso il prorompente gigante cinese, trarrebbe grande vantaggio dalla scelta di una buona dose di pragmatismo. Certamente conterebbe molto l’autorevolezza del vertice politico della stessa Ue, oggi forse un po’ appannata.