Un futuro più umano attraverso la rivoluzione della globotica

Fabrizio Onida (Sole 24Ore 9 aprile 2023)

Dall’ingresso delle ormai consolidate ICT (tecnologie dell’informazione e comunicazione), fino al recente avvento della intelligenza artificiale, il mondo si interroga su come governare le continue trasformazioni del mercato del lavoro, derivanti dalla combinazione di macchine e lavoro umano sullo sfondo della  continua globalizzazione dei mercati. Un libro di Richard Baldwin (Graduate School of International Studies di Ginevra) suggerisce dense riflessioni su automazione, robotica, telelavoro e migrazioni delle persone, proponendo lo stimolante acronimo di “rivoluzione globotica” (2019, trad. it. Mulino 2020).

Automazione e globalizzazione sono processi vecchi di secoli, ma la “rivoluzione della globotica”  (globalizzazione combinata con diffusione della automazione-robotica che modifica profondamente il mercato del lavoro) si distingue perchè: a) arriva con una rapidità inimmaginabile;  b) “sembra tremendamente ingiusta”.  

Dopo il vapore e l’elettricità, la terza rivoluzione industriale basata sul computer sconvolge le regole della concorrenza. In aggiunta alla concorrenza delle merci provenienti dagli altri paesi e quella degli immigrati che sostituiscono la manodopera nazionale, le classi medie americane ed europee devono confrontarsi con la concorrenza sleale sia dei “telemigranti che lavorano nei nostri uffici” che dei robots-colletti bianchi o “robots-software”. Entrambi agiscono da freno  alle retribuzioni dei lavoratori nazionali e aumentano il divario temporale fra posti di lavoro cancellati e creazione di nuovi posti di lavoro.

Il lavoro a distanza è stato fortemente incoraggiato su tutto il mercato del lavoro nazionale a seguito della pandemia, ma esteso ai movimenti internazionali delle persone e dei servizi ha generato la crescita delle figure che possiamo definire “telemigranti”.

Non da oggi i confini tra manifattura e servizi vanno stemperandosi e intrecciandosi. Basti ricordare quanto la competitività internazionale dei paesi avanzati (Italia in testa) dipenda sempre meno dai puri differenziali del costo del lavoro e sempre più dal contenuto di servizi incorporati nelle merci: innovazione tecnologica nelle proprietà d’uso del prodotto, qualità intrinseca e percepita, reputazione, valore dei marchi di fabbrica, affidabilità dei fornitori, aderenza ai vincoli di sicurezza e anbientali, logistica e tempi di consegna, assistenza tecnica post-vendita.

L’avvento del microprocessore (computer-on-chip), brevettato da Texas Instruments nel lontano 1973, ha scatenato la grande trasformazione dei servizi dopo la prima rivoluzione industriale e portato alla nuova rivoluzione o “seconda età delle macchine” (Erik Brynjolfsson-Andrew McAfee 2014, trad.it Feltrinelli 2015).

La nuova tecnologia digitale, privilegiando i cervelli e riguardando beni immateriali, produce una dirompente accoppiata automazione-globalizzazione che purtroppo – a differenza dell’alta marea che solleva tutte le barche nel linguaggio del presidente J.F.Kennedy nel 1963 –  genera nuove profonde disuguaglianze tra paesi e all’interno dei paesi.

Numerosi e crescenti sono gli esempi di posti di lavoro spiazzati dalle nuove tecnologie e dal fenomeno dei telemigranti. Si va da lavori umili e sottopagati (come contadini, pastori, manovali, muratori, custodi, personale di pulizia, riders) a lavori semi-qualificati che richiedono un certo livello di istruzione (come dattilografe, stenografi, contabili,  archivisti, segretarie, centralinisti, magazzinieri, commessi, autisti, infermieri, addetti alla ristorazione, call centres), a impiegati di medio  livello precedentemente addetti a raccogliere, elaborare e trasmettere informazioni, fino a ingegneri, programmatori informatici, assistenti digitali, infermieri qualificati spiazzati da telemigranti mediamente istruiti.

I flussi mondiali di informazione da decenni raddoppiano ogni due anni, secondo la nota legge di Moore per cui il numero di transistors per pollice quadrato raddoppia ogni 18 mesi (Gordon Moore, direttore R&S Fairchild Semiconductor Corp. che la enuncia nel 1965 e nel 1968 passa a fondare Intel Corporation). A questa si aggiungono altre regolarità come  la legge di Robert \Metcalfe ( il valore di una rete cresce due volte più velocemente del numero di persone connesse) e la legge di Hall Varian: i componenti digitali sono gratuiti (open source, possono essere copiati liberamente).

Per superare i limiti fisici ( si sta andando verso transistors larghi 2-3 nanometri, cioè la dimensione di 10 atomi) arriva il calcolo quantistico con cui già si ipotizza il passaggio dai chip 2D a chips 3D. A differenza di un calcolatore classico, basato su transistori che operano su dati binari (codificati come bit, 0 o 1), il calcolatore quantistico opera con bit quantistici, o qubit, di cui lo stato quantistico può possedere più valori, o più precisamente un singolo valore quantistico che corrisponde simultaneamente a più valori classici.

Prima conclusione (alquanto nota anche se assai sfidante per i governi democratici): dobbiamo proteggere i lavoratori, non i singoli posti di lavoro, sulla scia di politiche innovative come la “flexibility” coltivata in Danimarca.

Seconda conclusione: la rivoluzione della globotica non deve necessariamente aggravare le ingiustizie nel mondo, deve invece concorrere a un futuro “più umano e più locale”(Baldwin).

Passata l’euforia di molti “fondamentalismi di mercato”, dagli anni ’90 sta crescendo la consapevolezza che le economie di mercato funzionano bene solo se appropriatamente regolate e incentivate (tra gli altri: Daron Acemoglu, In search of a new political economy, Project Syndicate, 7 aprile 2023)

Non basta investire in automazione e robotistica per accrescere la produttività dei lavoratori se non ne deriva una “prosperità condivisa” che dipende da una giusta composizione di tecnologia, istituzioni e norme sociali. Non sottovalutiamo il rischio di un mercato che sovrainveste in automazione a spese dei benefici sociali ed economici che deriverebbero da una migliore produttività dei lavoratori e da un riequilibrio delle eccessive disuguaglianze alimentate dalla crescita non regolamentata dei mercati.  Gli strumenti classici di redistribuzione del reddito (fiscalità, trasferimenti) non bastano allo scopo, se la contrattazione salariale e il consenso sociale non garantiscono che i lavoratori ricevano  “a fair slice of the economic pie” cioè partecipino equamente alla diffusione del maggior benessere prodotto dal progresso tecnologico.

fabrizio.onida@unibocconi.it