Fabrizio Onida, Sole 24Ore, 25 giugno 2025
Nel generale ricomporsi della geopolitica imposto dall’Amministrazione Trump, all’Unione Europea si impone di valutare senza pregiudizi l’opportunità di vedere l’Arabia Saudita, guidata dal principe ereditario Mohammed Bin Salman (MBS), come un attore importante e plausibilmente credibile di un nuovo ordine di alleanze trans-mediterranee capace di promuovere prospettive di sviluppo e di convivenza pacifica nel tormentato quadro medio-orientale euroasiatico.
Solo un rapido cenno storico: dopo la crisi petrolifera del 1973 che causò la prima quadruplicazione del prezzo del petrolio, l’Arabia Saudita è stata saldamente alla guida dell’OPEC e lo è anche oggi su un cartello indebolito dalla recente uscita degli Emirati Arabi Uniti. Dopo l’11 settembre 2001 e l’emergere del ruolo di Bin Laden, il governo saudita ha intensificato la lotta contro il fondamentalismo islamico Jihadista, emerso nell’ultimo ventennio del secolo scorso, e sta promuovendo sotto la guida di MBS un vasto programma di riforme e modernizzazione del paese.
Qualcuno in Europa vede con diffidenza un dialogo europeo col governo di MBS, anche per la grave ombra che ha gettato sul profilo di MBS la barbara uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi, commentatore sul Washington Post, personaggio autorevole ma fortemente critico dell’intervento militare saudita nello Yemen e dell’embargo contro il Qatar. Il 2 ottobre 2018 Khashoggi cadde in trappola nel consolato saudita di Istanbul per opera di un gruppo di sicari, che dopo averlo ucciso lo hanno fatto scomparire dentro una valigia tagliandone a pezzi il cadavere con una sega elettrica. Ci sono solo sospetti, non ci sono prove certe che MBS fosse il mandante dei sicari.
E’ perciò forse utile richiamare i principali elementi a favore di un avvicinamento diplomatico europeo a MBS, avvalendoci anche della versione aggiornata del volume di Federico Rampini “L’impero arabo. Come cambia il Medio Oriente tra guerra e pace” (Solferino, luglio 2025).
“L’Arabia della Vision 2030 sta muovendo i primi passi per conquistarsi un soft power o egemonia culturale di tipo diverso, non più fondata sul fanatismo religioso o sull’intolleranza (…) L’Arabia Saudita, gli Emirati e il Qatar oggi sono un laboratorio interessante, dove l’Islam sta cercando di affrancarsi dalla dittatura del clero più oscurantista e reazionario” (Rampini, p. 271 e 277). Già nel 2017 MBS fece arrestare diversi suoi parenti e magnati del capitalismo saudita, inclusa la famiglia di Osama Bin Laden costringendoli a restituire tangenti e tasse evase. Si stima che in tal modo il governo abbia recuperato più di 100 miliardi di dollari alle casse dello Stato.
Sembra sostanzialmente chiuso il rubinetto dei petrodollari che finanziava il terrorismo jihaidista. Il contrasto al terrorismo si accompagna al tendenziale contenimento delle rotte migratorie.
Tra i maggiori cambiamenti provocati dalle riforme vi è una crescente e qualificata partecipazione femminile alla forza lavoro. Le donne saudite stanno oggi molto meglio a confronto con quelle iraniane e afghane, girano in pubblico anche senza velo, guidano l’auto, vanno a ristoranti-cinema-concerti, viaggiano all’estero anche da sole. La rivoluzione in corso punta a costringere i giovani maschi a cambiare atteggiamento verso il lavoro rinunciando ai privilegi della consolidata tradizione familistica ereditaria.
Il sistema politico resta una monarchia assoluta con limitate libertà politiche, ma la vecchia società tribale desertica e clericale sta esaurendosi.
Come politica industriale, non va trascurato l’esplicito orientamento verso la transizione energetica e la diversificazione delle filiere (es. idrogeno verde) che testimonia la volontà di allontanare la prospettiva della “maledizione delle risorse naturali”. L’investimento in R&S è ancora modesto, fermo allo 0,4% del Pil, ma è selettivo, consentendo di raggiungere risultati significativi come l’automazione spinta del porto di Jedda e il livello tecnologico avanzato degli impianti di desalinizzazione. Questi ultimi sono particolarmente rilevanti, data la fascia climatica del paese e la sua natura desertica.
Come parziale conclusione, non è vero che il colonialismo lascia solo danni incancellabili. Basti pensare alla straordinaria evoluzione socio-economica negli ultimi decenni di paesi come India, Singapore, Sud Corea, Vietnam, Indonesia.
fabrizio.onida@unibocconi.it