Le strade per superare le debolezze Ue

Fabrizio Onida (Sole 24Ore 3 agosto 2025)

La finlandese Henna Virkkunen, dallo scorso dicembre vice-presidente esecutivo della Commissione Ue per l’innovazione digitale, sta affrontando l’arduo compito di ridisegnare la politica industriale e della concorrenza europea nel rispetto delle regole del gioco del Tfue (Trattato sul funzionamento delle Ue), tra cui primeggia la difesa dei consumatori nel libero mercato, al tempo stesso imprimendo una decisa spinta verso la cosiddetta “autonomia strategica” del sistema produttivo europeo (industria e servizi), recuperando posizioni di forze a rispetto al dominio statunitense e al rapidissimo progresso della Cina.

Solo un manipolo di gruppi europei fa parte dei primi 50 gruppi tecnologici mondiali. Amazon, Microsoft e Google controllano più di due terzi del mercato del cloud computing, Google e Apple dominano nei sistemi operativi di telefonia mobile. OpenAI’sChatGPT è leader nel mondo del chatbot di intelligenza artificiale (AI) in Europa, mentre le piattaforme di social media usate da milioni di utenti europei sono prevalentemente di proprietà americana. L’Europa deve puntare ad una maggiore indipendenza in aree come il quantum computing, l’ AI e i semiconduttori avanzati protagonisti indispensabili del progresso digitale.

L’autorevole rapporto Draghi ha molto insistito sul fatto che il ritardo di crescita nella produttività europea rispetto agli Usa dipende prevalentemente dalla debolezza dell’Europa nelle tecnologie emergenti.

Quali strade battere per uscire da questa debolezza?

Per cominciare, non va escluso il ricorso a clausole di “Buy European” in alcuni limitati casi di appalti pubblici lanciati dalla Commissione.

 Va inoltre valorizzato lo strumento degli IPCEI (Important Projects of Common European  Interest) introdotto nel lontano 2014. Gli IPCEI si focalizzano sugli stadi iniziali ed esplorativi ad alta intensità di ricerca, un’area nella quale l’Europa soffre di investimenti inadeguati, anche per una diffusa percezione nel mondo imprenditoriale che sottovaluta l’importanza della ricerca come bene pubblico (Claire Giordano et al, Banca d’Italia, “Questioni di Economia e Finanza” (Occasional Papers), 931, aprile 2025). 

Sia pure lentamente lo strumento sta entrando in vigore: a partire dal 2018 la Commissione ha approvato 10 IPCEI per un ammontare complessivo di euro 37,2 mdi in aiuti di Stato, sperabilmente capaci di stimolare euro 66 mdi di investimenti privati. Attualmente si raggruppano in 5 filoni e relative catene del valore: idrogeno, microelettronica e telecomunicazioni, batterie, cloud and hedge computing, medicina e salute. Sono coinvolte 247 imprese, 36 delle quali partecipano a più di un IPCEI. Il programma tocca 22 Stati membri della Ue, oltre a Regno Unito e Norvegia.

Il modello IPCEI va certamente perfezionato per quanto attiene non tanto all’identificazione dei singoli settori, quanto alla selezione dei personaggi capofila (requisiti di competenza e trasparenza), e soprattutto alle regole di governance come cronogramma dei lavori, valutazione periodica dei risultati, fino all’eventualità di tagliare i fondi per palese insuccesso, dirottandoli su altri progetti candidati.  

Una buona politica industriale europea deve proporsi di richiamare le migliori energie dei non pochi campioni nazionali manufatturieri e di servizi già oggi protagonisti del commercio globale, rendendoli disponibili a unire le forze per la “scoperta dei vantaggi comparati potenziali” dell’Europa nel XXI secolo. 

Tale processo di scoperta parte dagli scenari tracciati nelle pubblicazioni scientifiche dei laboratori (accademici e non accademici) della “ricerca di base” prevalentemente finanziati dal settore pubblico. Vanno decisamente promossi progetti di “ricerca applicata cooperativa” (“co-petition, cioè competition + cooperation) tra imprese private ed eventualmente anche  pubbliche.

Infine, accanto al ridisegno di una politica industriale europea liberata da lacci e lacciuoli burocratici e sottoposta a severi filtri di efficienza ed efficacia, va salutata con favore la recente iniziativa franco-tedesca (Macron-Merz), aperta all’adesione di Italia e Spagna e sperabilmente anche del Regno Unito post-Brexit, per favorire il formarsi di catene di fornitura di eccellenza, tali da prefigurare la presenza di “gruppi superstar” europei sullo scacchiere globale.

Si pensi alla forza competitiva di gruppi tedeschi come Volkswagen, BMW, Mercedes Benz, Siemens, Bosch, Sap, a cui aggiungere gruppi francesi (Sanofi, Schneider Electric), franco-italiani (Stm, Thales Alenia Space), italiani (Leonardo), olandesi (Philips, Shell, Unilever), scandinavi ( Ericsson, Electrolux, Nokia,), e anche fuori dalla Ue come i gruppi britannici (Bae Systems, GlaxoSmithKline, BP) e svizzeri (Abb, Novartis, Roche, Nestlè).

Scorrendo questa lista, si è quasi sorpresi dalla ricchezza e proiezione globale della nostra Europa industriale, a cui tuttavia sembra mancare una presenza più forte tra i colossi dell’ICT che presidiano le tecnologie emergenti del nuovo mondo dei servizi digitali. E viene da chiedersi perché non siano ancora maturate esperienze europee di ecosistemi ICT come Silicon Valley e Boston Route 128. Vi è certo un problema di “spiriti animali” innovatori e imprenditoriali, ma anche di cultura civile dominante, di tradizione intergenerazionale, di legislazione amica del mercato, di infrastrutture di rappresentanza politica collettiva.

Non è impossibile il passaggio da campioni già  multinazionali a campioni superstar. Ma è quello che vogliono i governi di un’Europa intergovernativa? 

fabrizio.onida@unibocconi.it