Fabrizio Onida (Sole 24 Ore, 2 settembre 2026)
Un paio di articoli sull’ultimo numero di Foreign Affairs invita a guardare oltre i noti straordinari successi della Repubblica Popolare Cinese in campo economico e tecnologico, per riflettere sulla sua (improbabile) vocazione ad arbitro dell’ordine politico mondiale accanto o addirittura in alternativa agli Usa.
Fra i tanti punti di forza di Pechino basti ricordare che la Cina controlla il 90 per cento della prima trasformazione delle terre rare e domina l’export di 7 metalli strategici tra cui litio e nickel. Ma soprattutto la Cina installa metà dei robot industriali, produce veicoli elettrici in quantità superiori all’intero Resto del Mondo, domina il mercato delle celle fotovoltaiche, realizza un surplus di 1,2 trilioni di dollari nella propria bilancia commerciale. Da non dimenticare l’importanza di 260.000 studenti cinesi che frequentano le università americane (scesi da un picco di 370.000 nel 2019-20), al secondo posto rispetto agli studenti indiani sul totale di quasi 1,2 milioni di studenti stranieri negli Usa.
Accanto a questi restano notevoli punti di debolezza strutturale: debole domanda interna di consumi derivante dall’elevata propensione al risparmio delle famiglie per far fronte alla carenza di welfare state, forza lavoro in progressivo invecchiamento derivante da tassi di fertilità inferiori a 1.2 e tassi calanti di mortalità, crescente stock invenduto di costruzioni (da ultimo la crisi del colosso Evergrande), diffusa disoccupazione giovanile, alta percentuale di imprese con bilanci cronicamente in rosso, elevato indebitamento di molti enti locali, problemi di governo delle 56 etnie presenti sul territorio. Aggiungiamo: la frontiera tecnologica dell’intelligenza artificiale (A.I.) è ancora dominata dall’avversaria cinese di Taiwan (TSMC: Taiwan Semiconductor Manufacturing Co.; si aggravano i forti squilibri territoriali fra le zone costiere e quelle interne; come paese grande donatore di aiuti pubblici allo sviluppo la Cina comunista rischia di subire le conseguenze di un probabile default di importanti paesi africani come Zambia e Angola.
Nonostante queste debolezze strutturali, diversi sondaggi d’opinione in paesi come Francia Germania Regno Unito Canada sembrano guardare con favore a un prossimo coinvolgimento della Cina come paese leader globale, mentre cala la fiducia negli Usa.
Questa è una prospettiva errata, argomentano gli editorialisti di Foreign Affairs, perché la Cina di Xi Jinping e dei suoi probabili successori persegue una strategia di partnership multiple senza obblighi vincolanti e oneri da leadership diplomatica e militare, sul modello di coalizioni multilaterali come la SCO (Shanghai Cooperation Organization) che include 10 membri tra cui Russia e India e una quarantina di organismi di consultazione politica e militare, o la più nota BRICs (Forum intergovernativo nato nel 2009 i cui soci fondatori Brasile Russia India Cina si sono allargati al Sud Africa e altri paesi prossimi candidati asiatici e latino-americani. I BRICs vorrebbero rappresentare la sfida del cosiddetto Sud Globale all’egemonia del G7 a tradizione democratica occidentale.
Nei confronti di Mosca Pechino resta un forte importatore di petrolio-gas in cambio di attrezzature tecnologiche, anche dual use, ma senza l’opzione di una assistenza militare letale per la quale infatti la Russia ha dovuto rivolgersi alla Corea del Nord.
Quando un paese partner registra serie crisi di politica interna, Pechino predilige cautela rispetto alla solidarietà. In cambio, su problemi come Taiwan e i serpeggianti dissensi nelle ip regioni dello Xinjiang i paesi partner offrono alla Cina un appoggio più simbolico che effettivo.
In conclusione, secondo questi commentatori studiosi di geo-politica, l’attuale leadership di Pechino è interessata a mantenere la massima libertà di azione più che a espandere i propri impegni in tema di sicurezza e leadership nell’attuale disordine mondiale.
Gli stessi commentatori di Foreign Affairs si augurano che gli Usa non seguano l’esempio della Cina. Personalmente avrei un parere opposto. Se pensiamo ai drammatici e dolorosi fallimenti della politica estera degli Usa nel secondo dopoguerra, dal Vietnam a Cuba all’Afghanistan alla Libia alla Palestina al Venezuela, tendo a pensare che, beninteso dopo il tramonto di Mao, il “socialismo con caratteristiche cinesi” abbia imposto meno danni all’ordine economico mondiale rispetto all’auto-imposta leadership statunitense sugli affari mondiali.
fabrizio.onida@unibocconi.it