Delocalizzazioni, situazioni di mercato e impatto sociale

Fabrizio Onida (Sole 24 Ore, 31 agosto 2021)

Ai numerosi “tavoli di crisi” di cui il ministro dello sviluppo economico Giorgetti deve occuparsi si è aggiunto  il caso – di particolare interesse per le ripercussioni sui lavori parlamentari circa un progetto di “legge anti-delocalizzazioni” e circa la normativa in  vigore sul “golden power” del governo nei confronti degli investitori esteri in Italia – dei licenziamenti irritualmente comunicati lo scorso luglio tramite PEC ai 422 dipendenti(di cui 335 operai) dello stabilimento toscano (Campo Bisenzio) della GKN Driveline, società multinazionale controllata dal fondo inglese Melrose Industries.

Lo stabilimento, inaugurato nel 1996  con un investimento di 120 miliardi di Fiat Auto che dava lavoro a 700 addetti, produce principalmente semiassi e componenti per la trasmissione di autoveicoli, originariamente destinati alla Fiat Auto.  Nei piani concordati nel 2018 con l’acquirente GKN Driveline la produzione fiorentina veniva venduta per l’80 per cento alla FCA (Fiat Chrysler Automobiles) e per il restante 20 per cento ad altre case automobilistiche europee come BMW, Audi, Ferrari, Maserati e Land Rover.

Abbiamo a che fare con un gruppo multinazionale di medio-grandi dimensioni (GKN Driveline) che controlla 51 stabilimenti in più di 20 paesi con quasi 28.000 dipendenti e nel 2020 ha registrato ricavi per 9,4 miliardi di sterline, di cui 3,8 miliardi originati dalla controllata GKN Automotive.

Onde evitare strumentalizzazioni come chiesto dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi, al di là della indubbia  scorrettezza nell’annuncio unilaterale via PEC ai lavoratori, ora oggetto di consultazioni intorno al tavolo di crisi, e comunque ricordando i 3 milioni di aiuti pubblici di cui la capogruppo ha beneficiato a suo tempo per  lo  stabilimento di Brunico, in tema di politica industriale ricordiamo il contesto in cui si colloca  la proposta di delocalizzazione.

Nel 2019 la GKN Driveline Firenze ha fatturato 137 milioni di euro, che nelle previsioni a 2025 si dimezzerebbero a 71 milioni. Contrariamente alle previsioni formulate poco più di un anno fa, il management della GKN Driveline Firenze giustifica la decisione di chiusura dell’impianto fiorentino sulla base del trend negativo della produzione di veicoli leggeri in Italia (meno di un milione, inferiore del 16 per cento ai livelli del 2016). Il trend  negativo, valutato  “strutturale e irreversibile”, porta il gruppo a ritenere la struttura organizzativa del gruppo industriale  GKN Automotive non più sostenibile e pertanto bisognoso di “immediate azioni di efficientamento, semplificazione e abbattimento  dei costi”.

Nell’importante polo automobilistico toscano si teme ora la  delocalizzazione degli impianti pisani della Vitesco (750 esuberi annunciati a partire  dal 2024)) che producono iniettori per motori termici destinati a subire lo spiazzamento da parte della crescente corsa verso l’auto elettrica e ibrida. La proprietà tedesca intende  uscire dal comparto della combustione. Il caso GKN viene paragonato a quello dell’azienda belga Bekaert (componenti in acciaio per pneumatici) che nel  2018 ha licenziato 318 lavoratori trasferendo la produzione  di Figline Valdarno nell’Europa dell’Est.

Per inciso, guardando fuori da casa nostra, il gruppo GKN Driveline ha annunciato  lo scorso gennaio il licenziamento di 519 operai nello stabilimento inglese di Birmingham, dove la Jaguar Landover punta a  tagliare 2000 posti di lavoro, con previsto trasferimento in Polonia:  ma in questo caso il management ha  correttamente dato un preavviso di 18 mesi.

Decisioni di rilocalizzare passati investimenti, come risposta a importanti cambiamenti nelle tecnologie e nella domanda dei mercati, sono abbastanza frequenti nella strategia dei gruppi multinazionali, come peraltro accade anche per i gruppi controllati da capitale italiano quando operano su uno scacchiere globale. Va ricordato che, oltre le ricorrenti spesso sterili accuse agli “investitori di rapina” che succhiano incentivi pubblici per poi fuggire quando vengono meno le opportunità di profitto, spesso la delocalizzazione comporta per l’azienda perdite di bilancio cioè costi non recuperabili per precedenti investimenti in capitale fisico e capitale umano.

Resta comunque il gravissimo tema dell’impatto sociale della delocalizzazione sulle famiglie dei dipendenti licenziati e quelle legate all’indotto sotto forma di catene di forniture nei territori più o meno vicini all’impianto dismesso. Le risposte devono provenire innanzi tutto dai programmi di mobilità e riqualificazione della forza lavoro che attingano dalle energie imprenditoriali e di innovazione spesso diffuse sul territorio stesso, oggi chiamate in causa dalle nuove risorse del PNNR, come ricordato dal presidente di Assolombarda (Il Sole del 27  agosto). Sono un banco di prova per una regia pragmatica e informatizzata della “nuova politica industriale”.

Ma contributi alla soluzione del problema potrebbero arrivare dallo stesso gruppo multinazionale che delocalizza, secondo una accezione allargata della spesso sbandierata “responsabilità sociale dell’impresa”. Ad esempio, tenuto conto che il portafoglio prodotti del gruppo GKN include un’area che interessa l’Italia da  vicino (componentistica di elicotteri per la controllata Westland Aircraft), andrebbe forse esplorato in un tavolo bilaterale un interessamento del nostro grande polo elicotteristico (Leonardo-Agusta Westland) ad una parziale ricollocazione del personale licenziato dalla GKN.

fabrizio.onida@unibocconi.it