Fabrizio Onida (Sole 24Ore, 28 dicembre 2025)
Stiamo assistendo ad una inedita convergenza tra Trump e Putin nell’accrescere la pressione esterna sulla Unione Europea per indebolirne la coesione e provocare spaccature fra i paesi membri sul terreno della politica estera.
Trump segnala un graduale disimpegno degli Usa da garante della sicurezza Nato, chiedendo alla Ue di accollarsi una maggiore quota delle spese per la Difesa, a scapito di tagli alle spese che vanno a colpire capitoli come welfare e sanità, mettendo a dura prova quel prezioso esperimento politico europeo che si ispira alla formula germanica della ”economia sociale di mercato”.
Putin assorbe a fatica l’effetto delle sanzioni (tendenziale azzeramento delle forniture russe all’Europa di gas e petrolio solo parzialmente compensate da nuovi contratti di vendita a Cina e altri paesi), ma strizza l’occhio a partiti e movimenti in diversi paesi Ue (Ungheria in testa) con simpatie nazionaliste e ben poco convinti dalla linea ufficiale di Bruxelles a sostegno dell’Ukraina invasa.
Come può la Ue sottrarsi a questo insidioso accerchiamento ideologico, recuperando almeno in parte quello slancio progettuale che tutti (o quasi) riconosciamo all’azione dei padri fondatori nell’immediato secondo dopoguerra?
Ovviamente otto decenni di storia recente hanno visto profondi cambiamenti nella mappa geo-politico-economica del mondo in conseguenza di eventi epocali che facciamo ancora fatica a interpretare e guidare: guerra fredda che ha preceduto il crollo dell’Urss; collaudo e crisi a fasi alterne di istituzioni multilaterali come Onu-Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Organizzazione mondiale del commercio; la deterrenza nucleare dopo Hiroshima-Nagasaki; fine dell’energia a basso costo ed emergere dei nuovi protagonisti come il cartello dei paesi petroliferi e dei giganti demografici Cina, India; la minaccia del terrorismo islamico dopo l’11 settembre 2001.
Proprio per rilanciare efficacemente un auspicabile protagonismo europeo nell’attuale confuso panorama geopolitico mondiale, l’Unione Europea deve allungare lo sguardo verso un orizzonte medio-lungo, come sollecitato dai Rapporti Draghi e Letta e richiamato anche dal messaggio di fine anno di Mattarella.
Augurandoci che nel Regno Unito maturino le condizioni perché si riparino gli errori della Brexit, accogliamo la sollecitazione di Draghi ripresa nel suo recente intervento al Politecnico di Milano “Perché l’Europa deve investire sull’AI” (Il Foglio 2 dicembre 2025): va evitata la pericolosa emarginazione dell’Europa dalle frontiere avanzate degli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale nelle tecnologie del futuro sui mercati globali. Proprio mentre Trump sembra guardare più agli investimenti immobiliari e speculativi che al finanziamento delle università e dei centri di ricerca, la Ue ha l’opportunità di attrarre verso l’Europa cervelli in fuga dall’altra sponda dell’Atlantico che oggi affrontano restrizioni sui finanziamenti e sulla libertà accademica. Servirebbe allo scopo raddoppiare il bilancio per la ricerca fondamentale attraverso lo European Research Council, così come creare un nuovo schema di “cattedre europee” finanziate direttamente dal bilancio Ue (un “ERC per le istituzioni”).
Ma non basta: occorre sfruttare l’enorme margine per migliorare la commercializzazione della ricerca di base. Draghi ricorda che solo circa un terzo delle invenzioni brevettate dalle università europee viene effettivamente commercializzato, a causa di difetti strutturali quali regole poco chiare sulla proprietà intellettuale, scarsa integrazione fra grandi imprese e fondi di venture capital per sostenere la crescita delle imprese più giovani, limitazioni ingiustificate agli investimenti in venture capital da parte dei fondi pensione e assicurativi. E auspica una riforma chiave come una versione europea del Bayh-Dole Act con cui dal 1980 le università americane possono concedere in licenza invenzioni derivanti da ricerca finanziata da fondi federali. Nei due anni successivi a questa riforma la brevettazione universitaria negli Usa crebbe dieci volte e nacquero migliaia di imprese provenienti dalle università.
In Europa Germania e Danimarca si sono recentemente dotate di analoghi strumenti, ma servirebbe un semplice quadro normativo europeo. Ne gioverebbe particolarmente l’Italia dove il tessuto imprenditoriale “è molto più dinamico di quanto suggeriscono alcuni stereotipi”. Nella classifica delle imprese europee con i più alti tassi di crescita nell’ultimo decennio, l’Italia è al primo posto tra tutte le città europee con 65 imprese, Milano al primo posto con 11 imprese.
Non perdiamo divista l’approccio pragmatico della Cina allo sfruttamento del potenziale della AI, che ha puntato con successo su modelli open-source di traiettorie innovative come fotovoltaico e batterie ad alta capacità di accumulo, arrivando in tal modo a coprire il 70% della produzione mondiale di veicoli elettrici, l’80-90% di manifattura di apparecchiature fotovoltaiche, il 75% di produzione di batterie.
Il fitto tessuto di imprese anche medio-piccole europee può ben contribuire alla crescita della produttività europea che deriva da importanti micro-innovazioni come la manutenzione predittiva degli impianti (anticipazione guasti ed esaurimento fisico di componenti), riduzione degli scarti), riduzione dei consumi energetici, gestione intelligente delle scorte, controlli di qualità. E ancora: supporto diagnostico nella sanità, evoluzione dei robot collaborativi (cobot), ottimizzazione dei trasporti marittimi (rotte, carichi, magazzini, tempi di consegna).
Draghi aggiunge che queste innovazioni ad alto impatto sulla produttività non richiedono tanto ingenti nuove spese, quanto coordinamento e focalizzazione dei nostri scienziati e ricercatori, nonché autostima e coraggio dei nostri imprenditori. Non è certo poco come programma, ma solo così “l’Europa tornerà ad essere un magnete per capitale e talento”.
fabrizio onida@unibocconi.it