Fabrizio Onida (Sole 24Ore, 21 gennaio 2026))
Trump ha recentemente deciso di non continuare a rifinanziare UsAid, l’agenzia americana che finora contribuiva un quarto dei fondi dedicati dai 24 paesi Ocse ai trasferimenti internazionali per l’aiuto pubblico allo sviluppo. Trump l’ha fatto per segnalare il passaggio verso una sua “diplomazia transazionale” tra governo Usa e governi dei paesi beneficiari, negando il ruolo di un ente multilaterale che lui percepisce come affetto da simpatie di sinistra. Viene così smantellata una burocrazia di circa 10.000 addetti che, nel bene e nel male, gestiva decine di programmi di aiuti in campo alimentare oltre che sanitario, climatico, scolastico. Sono così a rischio di malnutrizione almeno un milione in più di minori in paesi come Etiopia, Kenya, Nigeria, Repubblica del Congo, Sud Sudan. Sono noti da tempo gli effetti perversi della fame e della malnutrizione sul mancato sviluppo psicofisico degli esseri umani e di conseguenza sui danni irreversibili per la popolazione, alla lunga sul deterioramento del capitale umano, cioè della risorsa più importante su cui un paese può contare per rimuovere le cause dell’arretratezza e della povertà.
Per fare solo un esempio, la crisi colpisce diverse zone dell’Africa Sub.Sahariana come Kakuma, il grande campo rifugiati nel Nord Est del Kenya in cui 240.000 persone sono totalmente dipendenti dagli aiuti alimentari di sussistenza.
Resta da vedere in quale misura questi tagli dell’UsAid saranno compensati dal nuovo programma multilaterale Usa “American First Global Health Strategies” appena firmato in Kenya lo scorso dicembre 2025, che prevede la messa a disposizione di 1,6 miliardi di dollari su 5 anni prevalentemente dedicati alla storica lotta contro malaria, tbc, Hiv, polio, infezioni da diarrea, fino a includere l’impiego di droni per la distribuzione di medicinali su territori dispersi e difficilmente raggiungibili.
La chiusura di UsAid suggerisce l’opportunità per l’Europa di dare una svolta significativa alla propria politica estera di aiuto pubblico allo sviluppo, anche partendo dal saggio provocatorio di Dambisa Moyo “Dead Aid” (tr.it. “La carità che uccide” 2009, dal sottotitolo “perché gli aiuti allo sviluppo falliscono mentre ci sono approcci migliori per l’Africa”). Dambisa Moyo, africana nativa dello Zambia, PhD. In economia a Oxford, M.A. a Harvard, membro della Camera dei Lord britannica e di alcuni CdA di gruppi multinazionali.
Dalla ricca letteratura di Economia dello sviluppo cresciuta negli anni traggo tre spunti di riflessione, tra loro complementari, che dovrebbero guidare un serio impegno della Ue come protagonista di una nuova politica economica estera rivolta al mondo del cosiddetto “Sud globale”.
Primo, per uscire dalla “trappola della povertà” servono interventi massicci per sopperire all’insufficienza di capitale fisico-umano-infrastrutturale che impedisce il consolidarsi di una rete di imprese produttive su un ampio spettro di settori, dai più tradizionali a quelli trascinati dalla rivoluzione digitale. Inevitabile richiamarsi alla letteratura sul “Big push” e all’esperienza del Piano Marshall, troppo superficialmente citata dall’attuale governo italiano. Aiuti troppo piccoli, frammentati e discontinui, con orizzonte temporale troppo breve, si prestano al rischio di sprechi, dispersioni, quando non di facile “cattura politica” che ne compromettono fatalmente i risultati. Su questo tema primeggiano su tutti i contributi scientifici di Jeffrey Sachs.
Secondo, per far attecchire un tessuto produttivo in un’area povera vanno evitati incentivi distorcenti che inducono scarsa trasparenza nei rapporti contrattuali, a cominciare dall’assenza di una disciplina dei rapporti proprietari e dei loro trasferimenti. Nella pubblica opinione si tende a sottovalutare il ruolo di regole legislative condivise (“rule of law”) sui diritti di proprietà per garantire una ordinata convivenza civile e un efficiente mercato dei capitali. Su questo tema sono preziosi i contributi di William Easterly (New York University e Banca mondiale), che ha particolarmente esplorato il tema dei colonialismi nella storia.
Terzo, l’erogazione di fondi pubblici per l’assistenza allo sviluppo dovrebbe sempre monitorare la propria efficacia facendo ricorso all’evidenza statistica dei numerosi campioni sotto controllo (“randomized control trials”) con cui si cerca di misurare con approccio sperimentale gli effetti dell’intervento pubblico su un dato territorio confrontando i dati storici di popolazione strutturalmente assimilabile che nello stesso periodo non è stata oggetto di intervento pubblico. Su questo tema hanno dato importanti contributi i giovani premi Nobel Esther Duflo e Abhijt Banerjee (Mit) con la nostra Eliana La Ferrara.
Uno strumento importante, che richiede una accurata sorveglianza da parte dell’ente donatore, sono le donazioni subordinate all’effettiva erogazione degli aiuti (“conditional cash transfers”). Con questo strumento sono risultati efficaci interventi come la Bolsa Familia in Brasile per accrescere la scolarità dei minori e il programma Progresa in Messico. L’Italia, con o senza la partecipazione di altri paesi membri, potrebbe farsi promotrice di una ampia sperimentazione nei confronti dei paesi africani a cui siamo storicamente legati. Senza trascurare il ritorno in termini di maggiori esportazioni e investimenti verso i paesi beneficiari.
fabrizio.onida@unibocconi.it