Fabrizio Onida (Sole 24Ore, 6 luglio 2026)
- A fronte di una crescente diffidenza verso la globalizzazione, la teoria economica cerca ora di riscoprire le diverse “identità” che caratterizzano la psicologia e i comportamenti dei soggetti componenti la collettività.
Importanti sono i contributi del Nobel George Akerlof con Rachel Kranton (Identity economics, 2010, tr. It. Feltrinelli) e del più recente Yascha Mounk (The identity trap. A story of ideas and power in our time, Penguin Books 2023).
Il grande presidente Carlo Azeglio Ciampi amava spesso ricordare “Sono cittadino livornese, sono cittadino italiano, sono cittadino europeo”.
Negli Usa dei due governi Trump si è crescentemente manifestata una netta spaccatura identitaria fra la cultura “woke” (accoglienza delle minoranze) e la cultura MAGA (pervasa di nazionalismo spregiudicato). Per lontana analogia In prospettiva storica si può contrapporre la lunga durata dello schiavismo, che affonda le sue radici nelle deportazioni di massa di popolazioni africane verso l’America già agli inizi del 1600, all’esaltazione dell’eroismo nazionale nel cuore della Dichiarazione dell’Indipendenza del 1776.
In Europa, soprattutto dopo l’allargamento dalla Ue-6 all’attuale Ue-27 che ha notevolmente ampliato il perimetro delle tradizioni storiche-culturali-religiose dei paesi membri, si avverte l’esigenza di definire una identità europea, anche in risposta ai ripetuti tentativi di Trump di provocare divisioni fra i partiti e le rappresentanze parlamentari del continente.
Appellandosi allo slogan “Make America Great Again”, Trump non perde occasioni per manifestare il suo profondo scetticismo verso l’esistenza di un interlocutore unitario al di là delle divisioni nazionali, richiamando la famosa battuta di Kissinger sulla mancanza di un numero di telefono unico a cui rivolgersi dall’esterno. Al tempo stesso Trump, con ripetuti (confusi) annunci di sganciamento degli Usa dallo storico ruolo di guardiano della sicurezza internazionale, spinge l’Europa a costruirsi un proprio sistema di difesa e sicurezza continentale.
Per ora la risposta di Bruxelles e dei governi nazionali europei alla provocazione trumpiana è confusa, limitandosi alla protesta verso lo strapotere delle Big Tech che accumulano profitti sulle vendite di servizi sul mercato europeo, profitti assai debolmente colpiti rispetto alla media della tassazione societaria. I ripetuti appelli dei Rapporti Letta e Draghi alla necessità di un rilancio della competitività europea faticano a tradursi in linee d’azione.
Molti chiedono di abbandonare le utopie federaliste del manifesto di Ventotene a favore di un obiettivo riduttivo più semplicemente “confederale”.
Restano comunque assurde e scandalose le enormi disuguaglianze nella distribuzione dei redditi e dei patrimoni dagli anni ’90 ad oggi, in Europa non molto meno che in America.
Si dimentica troppo facilmente che gli indubbi meriti della meritocrazia nella selezione dei ruoli professionali e della classe dirigente andrebbe continuamente monitorata alla luce del fatto (incontes tabile) che storicamente non esiste l’uguaglianza dei punti di partenza nel percorso di vita delle persone nella società.
Nelle note che seguono indico alcune possibili iniziative concrete volte a promuovere il graduale emergere di una coscienza e di una identità europea accanto alle consolidate identità nazionali e regionali, con l’auspicabile risultato di alimentare processi di cooperazione e reciproco interesse anzi che di miope irresponsabile patriottismo.
Primo, a cominciare dalla scuola dell’infanzia ed estendendosi all’intero arco della vita adulta, un massiccio investimento nell’apprendimento delle lingue, ma in particolare della lingua inglese meglio adatta a penetrare nell’uso quotidiano di contesti sociali frammentati e tendenzialmente esclusivi. Come mostra l’esperienza indiana, una lingua comune e facilmente accessibile è condizione necessaria per costruire una identità politica.
Secondo, promuovere al massimo la mobilità geografica della popolazione giovane e adulta tra i paesi e verso l’esterno della Ue, iniziando dalle già collaudate facilitazioni inter-rail, a cui si potrebbe accompagnare l’invito a diffondere nel web sintetiche riflessioni dei partecipanti sull’esperienza di viaggio. Si possono moltiplicare le occasioni di mobilità agevolata collegate agli eventi sportivi internazionali di maggior rilievo.
Terzo, imporre dall’alto una revisione dei programmi e dei testi scolastici di storia politica-civile-culturale in tutti gli ordini di scuola nella Ue, superando il cronico sbilanciamento fra l’attenzione alle vicende strettamente nazionali e quella dedicata al più vasto contesto mondiale.
Quarto, finanziare generosamente premi letterari- artistici-musicali ispirati ai temi della storia dell’internazionalizzazione europea.
Quinto (ma non ho competenza in materia) immaginare l’organizzazione di una squadra di calcio europea che si affianchi alle squadre nazionali nei campionati mondiali.
L’avvenire dei nostri paesi non dipende solo dalla crescita della competitività e dalle eccellenze produttive, ma anche dalla diffusione di una cultura di reciproca comprensione e cooperazione volte al superamento degli egoismi nazionali e alla costruzione di un orgoglio europeo, nello spirito della citata esternazione di Ciampi. Anche per attrarre le migliori energie intellettuali e professionali da altri paesi verso i nostri confini.
fabrizio.onida@unibocconi.it